venerdì 23 dicembre 2011

Sarà il Natale


Sarà il Natale dei cinepanettoni che (finalmente) fanno flop
Sarà il Natale del record del divario salari-prezzi
Sarà il Natale dei portafogli vuoti e del risparmio
Sarà il Natale dei regali piccoli ma dei pensieri grandi
Sarà il Natale delle tante saracinesche abbassate
Sarà il Natale del senzatetto di Piazza Cinque Giornate e delle sue coperte di plastica
Sarà il Natale dei sacrifici ma non per tutti
Sarà il Natale di Mary Yuranda, sopravvissuta allo tsunami e tornata a casa dopo 7 anni
Sarà il Natale della Grecia che affonda
Sarà il Natale di Damasco e dei kamikaze che non tornano a casa
Sarà il Natale dei soliti film in tv, sempre meno e sempre gli stessi
Sarà il Natale dei panettoni del discount e delle mense dei poveri
Sarà il Natale dei doni riciclati
Sarà il Natale che promette il boom delle auto cinesi low cost vendute solo sul Web
Sarà il Natale dei licenziati, dei cassintegrati e dei disoccupati
Sarà il Natale di chi aspetta che l’anno finisca in fretta
Sarà il Natale più ecologista degli ultimi anni, si spera
Sarà il Natale di chi spera
Sarà il Natale di chi è pessimista e proprio non crede in tempi migliori
Sarà il Natale senza più Steve Jobs ma carico di i-things

Sarà il Natale dell’Italia felice, lo dice Facebook
Sarà il Natale delle famiglie, che si ritrovano ancora nonostante tutto

Non sarà forse un bianco Natale, magari non avremo nemmeno bisogno delle giacche pesanti, ma sarà pur sempre Natale, con o senza doni costosi, con o senza aragoste in tavola. Ed è già arrivato…


lunedì 19 dicembre 2011

Capodanno: Genova a lutto, Milano festeggia per due


Ho appena letto che Genova quest’anno non avrà la sua festa di fine anno. Niente concerti, niente fuochi d’artificio, niente palchi, niente di niente. O così pare per il momento.
Da un lato, il problema sono i conti del Comune, dall’altro sembra sia un modo di rendere omaggio alle vittime dell’alluvione del 4 novembre scorso.
Sarà, eppure a me questa trovata non convince per niente.
Non si trova proprio nessuno in grado di organizzare qualcosa a costo zero (o quasi)? Nessuno chiede un programma ricco, ma la città che va avanti, che si rialza e lo fa in nome di quelle stesse vittime farebbe forse più piacere rispetto alla città chiusa per lutto.
Festeggiare e risollevarsi nel loro nome, dedicando loro canzoni, riflessioni, uno spettacolo insomma, credo sarebbe stato il miglior modo di onorarne la memoria. Già fatto, certo, ma di ricordare e sperare insieme c’è sempre voglia.
E invece sarà Milano a festeggiare in nome di Genova, con i genovesi che magari decideranno di spostarsi in Lombardia per sentir parlare delle loro vittime e sentirsi più vicini alle loro famiglie.
Avrei preferito la solita “adunata” in piazza il 31 dicembre. Probabilmente ci sarà tantissima gente in giro per i vicoli, piena di entusiasmo e colore, ma ufficialmente saremo la città italiana che piange le sue vittime. E che si piange addosso. Perché il dubbio che faccia finta di farlo solo per coprire la mancanza cronica di denaro nelle casse pubbliche a me è venuto. Ai genovesi riscoprirsi insieme (e insieme alle istituzioni) il 31 dicembre avrebbe fatto bene, di questo ennesimo lutto simbolico non se ne faranno assolutamente nulla.
Le vittime rimarranno vittime, gli errori rimarranno errori. Anche se si indossa l’abito nero nel giorno del matrimonio.

venerdì 16 dicembre 2011

La Madonna è incinta, lo dice il suo test di gravidanza. E' il poster del reverendo di Auckland

Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all'angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l'angelo partì da lei”. (Luca 1,26-37)

Posticipiamo questo annuncio e ambientiamolo in una giornata del 2011. Pensiamoci, come sarebbero i moderni Maria e Giuseppe? Dove vivrebbero? In una favela, in un campo rom, in una vecchia cascina abbandonata? Sarebbero poveri, questo è certo. Ma chissà se sarebbero poveri come le tante famiglie italiane che non arrivano a fine mese o poveri come i clochard che incontriamo al freddo delle stazioni della metro, o poveri come i popoli sfruttati dell’Africa.

Resta il fatto che continuiamo da sempre ad immaginare come sarebbero e quale volto avrebbe Cristo se nascesse oggi. Credenti o meno, quest’immagine vi terrà almeno per un attimo con il fiato sospeso. Se la Madonna fosse incinta oggi lo scoprirebbe con un test di gravidanza. Perché no? E’ così che si fa oggi, no? Ma questo pensiero non è rimasto una semplice considerazione un po’ bizzarra (blasfema, per qualcuno) e la cosa che fa sorridere è che sia stato un reverendo a formularla.

Lui si chiama Glynn Cardy ed in Nuova Zelanda è noto per simili provocazioni. Due anni fa aveva fatto comparire nei pressi della chiesa anglicana di St. Matthews in the City a Auckland un poster in cui venivano ritratti Maria e Giuseppe a letto. Su di loro la scritta “Povero Giuseppe, è duro seguire Dio”. Allo stesso modo, stavolta è comparso il poster che raffigura Maria con un’espressione tra il sorpreso ed il preoccupato, oltre ad un test di gravidanza in bella mostra. Non solo. Cardy ha invitato i fedeli ad essere creativi e ad immaginare una possibile didascalia per la foto. “Almeno se dico che sono vergine, mamma e papà non mi uccidono” è una delle tante ipotesi formulate (si possono leggere qui, alla pagina dedicata a “Mary is in the pink”).

Alle accuse, il vicario risponde così: “E' tutto vero. E' vero il Natale, è vera la gravidanza, è vera la madre, è vero il bambino. E’ una storia fatta di ansia, coraggio e speranza. Il poster mostra Maria, madre di Gesù che scopre di essere incinta facendo il test di gravidanza. Indipendentemente da qualsiasi premonizione, questa scoperta deve essere stata scioccante. Maria era nubile, giovane e povera. Questa gravidanza avrebbe modellato il suo futuro. Sicuramente non è stata la prima donna a trovarsi in questa situazione e non è stata neppure l'ultima”.

Intanto, tra le didascalie, qualcuna si spinge oltre. “Come devo fare a trovare una clinica per abortire?”, scrive un utente, segno che comunque la campagna contro il buonismo natalizio estraneo alla realtà abbia fatto centro.

Ma dall'associazione della diocesi cattolica di Auckland tuonano: “Maria non è una ragazza single scioccata dalla gravidanza. E' una giovane donna che ha dato il suo assenso e ha posto la sua fiducia in Dio”. Sarà, ma oggi più che mai i cattolici avrebbero un gran bisogno di sentire tutti i personaggi biblici un po’ più simili a loro, più capaci di sbagliare, meno infallibili. Magari anche preoccupati se Dio ha deciso di farli diventare genitori sotto una capanna, senza un soldo e con l’ansia di non arrivare alla fine del mese. In fondo, sono proprio gli stessi problemi che il mondo si ritrova ad affrontare dopo 2000 anni di storia.

mercoledì 14 dicembre 2011

Trenitalia e le notizie sparite

Cercando notizie sull’ennesimo sciopero che venerdì mi costringerà a fare un altro viaggio della speranza, mi sono imbattuta nell’elenco di News che vengono pubblicate sul sito di Trenitalia.

Ebbene, tra queste, qualcuna mi è sembrata quanto meno bizzarra. Anzi, l’insieme delle News, l’intera sezione, mi è parsa bizzarra…

La prima notizia che ho notato reca questo titolo: “Toscana: vandalizzato un treno regionale a Firenze Rifredi”. Immediatamente mi chiedo quante notizie fotocopia dovrebbero allora comparire, soprattutto mi chiedo quali fatti siano per Trenitalia notiziabili e quali invece no. Quanti treni vengono imbrattati ogni giorno? Quanti vetri vengono incisi? Quanti cestini dell’immondizia vengono rotti?

Ma ecco, per completezza, il testo completo della notizia:

Firenze, 13 dicembre 2011

Atti vandalici per circa 25mila euro ai danni di un treno regionale di Trenitalia. L’episodio è avvenuto la mattina di domenica 11 dicembre nella stazione di Firenze Rifredi dove il treno, proveniente da Pistoia e diretto a Firenze Santa Maria Novella, era in sosta. Preso di mira un Vivalto doppio piano a cui sono stati rotti, con un martello frangivetro, 8 finestrini e 3 vetri delle porte di ingresso. Ai danni materiali si devono aggiungere quelli della sosta forzata per 5 giorni in officina necessari per le riparazioni. Nel 2010 Trenitalia Toscana ha speso 700mila euro per riparare i danni degli atti vandalici. Gli interventi principali sono stati la rimozione di graffiti esterni e interni, per 556mila euro, e la sostituzione di vetri, monitor, sedili e porte danneggiate per 134mila euro.

Insomma, Trenitalia spende per assicurarci un servizio puntuale, cortese ed efficiente. O forse non sempre (quasi mai, direi, se dovessi basarmi solo sulla mia esperienza da pendolare) quel servizio non è affatto tale e i treni sono sempre coperti da graffiti, in pessimo stato, con i sedili sgualciti, i cuscini sfondati, l’acqua che penetra dal tetto e i bagni inagibili?

Detto questo, un’altra notizia mi balza agli occhi: “Susa: vandalizzata l’obliteratrice di stazione. A sole dodici ore dall’inaugurazione del restyling dello scalo”.

Ci risiamo. Perché si parla solo di quell’obliteratrice? Forse non siamo alle prese tutti i giorni con guasti ripetuti a monitor, con l’inchiostro terminato e con bigliettai arroganti? Perché nessuno ci spiega il motivo e, al contrario, si preoccupano di comunicarci che noi, proprio noi che viaggiamo sui loro convogli, magari il nostro vicino di posto, abbiamo contribuito al danneggiamento dei treni dei quali ci lamentiamo sempre?

Per carità, tutti condanniamo gli atti vandalici e questi, in particolare, lo sono al 100%. Ma scoprire che tra queste notizie non si parla mai di ritardi e solo di ripristini, mai di pendolari stipati in carri bestiame e solo di imprevisti dovuti a condizioni particolari… bè, tutto questo riduce al minimo la già poca fiducia che riponevamo nelle care vecchie FS. Forse sarebbe il caso che viaggiassero con noi, non in Frecciarossa, e guardassero il mondo da un finestrino sporco almeno per un paio d’ore.

lunedì 5 dicembre 2011

d'ANNAzione del giorno: manovra Monti, pagano sempre gli stessi. Come prima, anzi peggio

Hanno rimesso l’Ici, ma non per la Chiesa.
Hanno tagliato tutto, ma non le spese militari.
Siamo un Paese di evasori, ma di intensificare davvero i controlli ed inasprire le pene non se ne parla.
Non abbiamo la banda larga. Dovremmo puntare sulla green economy e sul Made in Italy, ma di vere svolte ancora non se ne vedono.

Andremo in pensione più tardi e i trentenni ancora devono iniziare a versare i contributi.
Manterremo ancora una classe dirigente che rimanda a domani quello che bisognava fare vent’anni fa.
Non avremo un contratto degno di essere chiamato tale fino a quando non ci saremo piegati alle condizioni più incredibili. Non faremo figli per il terrore di non poterli mantenere e per non mettere al mondo un’altra generazione di precari.
Non compreremo case perché il mutuo è un sogno. Affitteremo case fatiscenti perché i nostri salari non saranno abbastanza alti. Lavoreremo in due, portando a casa lo stipendio di uno, oppure lavorerà uno con lo stipendio di mezzo e dovrà mantenerne due.

Ci accontenteremo, insomma. Tireremo a campare. Tireremo la cinghia. Ringrazieremo i nostri genitori che sono riusciti a risparmiare. Ci consoleremo con gli show di Fiorello e il calcio in tv. Forse solo quando ci toglieranno anche quelli ci renderemo conto che avremmo dovuto mollare tutto e pretendere con le unghie e i denti che chi ci guida aprisse il portafoglio.
Invece pagheremo tutti nella stessa misura, mentre i ricchi saranno sempre ricchi e i poveri continueranno a viaggiare su treni sporchi, compreranno al discount tedesco e sceglieranno i vestiti cinesi invece della qualità che ci ha resi famosi in tutto il mondo, impoverendo così anche le imprese di casa nostra, le stesse che oggi la manovra avrebbe dovuto rilanciare.

In tutto questo, siamo italiani. E l’italiano non ammette di essere in piena recessione. Continua a comprare tv al plasma, riempie il carrello, si ammassa nei centri commerciali a caccia di regali di Natale. Rinuncia, ma in silenzio. Rinuncia a curarsi, per esempio, in fondo non essere andato dal dentista non sempre si nota subito.

E poi hanno anche il coraggio di piangere, con le tasche e le pance piene, loro che i sogni li hanno realizzati e ora vogliono farci credere che tutto andrà per il verso giusto se facciamo qualche sacrificio…

giovedì 1 dicembre 2011

"Togliete i libri alle donne e torneranno a fare figli"

La Harvard Kennedy School of Government ha messo nero su bianco che «le donne con più educazione e più competenze sono più facilmente nubili rispetto a donne che non dispongono di quella educazione e di quelle competenze».
E il ministro conservatore inglese David Willets, ha avuto il coraggio di far notare che «più istruzione superiore femminile» si traduce in «meno famiglie e meno figli». Il vero fattore fertilizzante è, quindi, la bassa scolarizzazione e se vogliamo riaprire qualche reparto maternità bisognerà risolversi a chiudere qualche facoltà.
Così dicono i numeri: non prendetevela con me.

Lo scrive Camillo Langone su Libero, in un articolo che ha fatto il giro del Web in poche ore e si è guadagnato l’ira di centinaia di utenti. Di molte donne, certo, ma anche di un’infinità di uomini.

Perché, dunque, noi donne non facciamo figli?

Langone sembrerebbe rispondere che siamo diverse dalle nostre nonne (che 3 o 4 figli li sfornavano di sicuro) e dalle donne di Paesi come l’Iran e il Niger perché abbiamo studiato troppo.

Il paese più prolifico del pianeta è il maomettano Niger (7,68 figli per donna) ma subito dopo, nella classifica della fecondità, si trova la cristiana Uganda. Quindi la religione conta poco o nulla, e a riprova ecco l’Iran, precipitato anch’esso sotto la soglia di sostituzione nonostante veli e ayatollah. Che allora convenga diventare induisti? Macché: in molte zone dell’India ancora all’apparenza prolifica il tasso di fecondità sta crollando. Oppure buddisti? Niente da fare: i thailandesi si vanno estinguendo a ritmi europei. Comunisti? Peggio che andar di notte, a Cuba si fanno meno figli che nella decadente Olanda. Se non è la religione, se non è l’ideologia, qual è il vero fattore fertilizzante?

Non c’entra la religione, dice Langone, ma guarda caso chiama in causa l’ideologia politica, un fattore che persino un bambino escluderebbe. Come si può pensare anche lontanamente che un’ideologia potrebbe costringere le donne a non fare figli? Parliamo di noi donne italiane ed europee, occidentali se preferiamo, perché siamo noi l’oggetto del Langone-pensiero.

Ho provato in tutti i modi a capire dove Langone volesse andare a parare, ho provato a capirlo, a non farmi influenzare dalla marea di commenti drastici al suo pezzo. Ma proprio non ce la faccio.

Io una spiegazione diversa l’avrei, l’unica a cui non ha pensato. Basta dare un’occhiata al ruolo professionale che la donna ha saputo ritagliarsi nei decenni. Ha conquistato “il potere”, per dirla con un linguaggio maschilista, e l’ha fatto combattendo contro quello che sembrava un diritto scontato per il maschio: occupare le posizioni di comando, prevalere sulla donna in tutto e per tutto, non per merito ma per nascita.

E, infatti, ancora oggi se nasci donna avrai quasi certamente un salario più basso di un uomo che ricopre la tua stessa posizione, in più dovrai mettere in campo tutte le tue doti e diventare multitasking perché casa tua non diventi una stalla, per pensare al tuo partner, a lavargli e stirargli la camicia pulita, preparargli la colazione e la cena. E a quel punto, se arrivano i figli, sei uno straccio.

Ecco perché molte donne non fanno figli o li fanno tardi. Poi con la crisi la situazione è peggiorata. Quando non porti a casa nemmeno 1000 euro al mese, devi pagare un affitto e tuo marito è precario o cassintegrato, quando devi tornare a vivere dai tuoi perché non arrivi a fine mese… come caspita può venirti in mente di procreare?

E’ vero, non facciamo figli perché siamo intelligenti. Non facciamo figli perché li amiamo ancora prima di concepirli e non vorremmo mai che la nostra incoscienza ci facesse mettere al mondo un esserino innocente alle prese con i guai della vita ancora prima di imparare a sorridere. Di sicuro il problema non è che dovremmo mantenerli a vita o che non ci piace fare i genitori.

Aspettiamo e basta. E lo desideriamo un figlio ogni giorno, eccome se lo desideriamo.

Caro Langone, spero che almeno una donna che abbia scritto un articolo di replica alle tue (lecite, per carità) opinioni sia pagata più di te. Lo spero, ma – chissà come mai - dubito.

giovedì 17 novembre 2011

d'ANNAzione del giorno: benvenuto al governo della terza età

Età media 63 anni.

I più giovani, Renato Balduzzi (Salute) e Corrado Passera (Sviluppo), hanno 56 anni.

L’età media del precedente governo era 52 anni.

E già ci sembravano vecchi.

La nuova squadra che guiderà l’Italia ci sembra talmente diversa da quella precedente che non ci va nemmeno di protestare perché è anzianotta e non rispecchia le nostre speranze di rinnovamento. Ma è l’età anagrafica che conta? Evidentemente no.

Ma intristisce pensare che nel nostro Paese le soddisfazioni lavorative arrivino più tardi che altrove e che i giovani, da noi, sono impegnati persino fino agli –anta a superare finalmente il gradino tra stage e contratto a progetto.

E’ triste, ma almeno sappiamo che il governo Monti ha decoro, è elegante, intelligente, non racconta barzellette. Anzi, parla poco, pochissimo.

Era l’ora che qualcuno si facesse ascoltare più per le sue pause che per il suo continuo schiamazzare.

lunedì 14 novembre 2011

Non c'è fango che tenga. Genova ricomincia

E Genova ricomincia. Dopo poco più di una settimana dall’ennesima alluvione, si stenta a credere che il fango sia stato vinto con tanta rapidità.

Mentre il governo era impegnato a cadere e la politica intera pensava a ben altri affanni, Genova si rimboccava le maniche e spalava, puliva, tentava di tornare alla normalità, dimenticata in fretta dai tg nazionali.

Ieri, passando per le vie del centro, davanti alla Stazione Brignole, lungo via Fiume, via XX Settembre, fino a Piazza della Vittoria, qualcuno avrebbe quasi potuto pensare che la tragedia fosse una brutta storia del tutto inventata. L’asfalto sta via via riprendendo il suo colore naturale, le aiuole sono asciutte, i treni viaggiano regolari e le auto si sono riprese le loro corsie. Molta gente è andata allo stadio a vedere la sua Samp, altra gente è uscita per il rituale giro della domenica.

Poi però passa un’ambulanza e tutti si voltano preoccupati. E davanti ai negozi si scopre che le persone in fila sono lì perché si sta cercando di svendere la poca merce alluvionata, ripulita a fatica e ridata alle vetrine o agli scaffali perché qualcuno potesse acquistarla anche in quelle condizioni.

Per i commercianti genovesi ora è importante proprio vendere quella merce, visto che l’alternativa è l’assenza di incassi. C’è poco da sentirsi in colpa dando loro qualche decina di euro per un paio di scarpe che ne costava 100 quando è l’unica cosa che potrebbe davvero aiutarli.

Resta il fatto che non è stata una domenica come le altre. Alla domenica i negozi sono chiusi, ieri quelli aperti ricordavano ai passanti le proprie condizioni e la forza di questa gente che è riuscita a ripartire con le proprie forze, con la consapevolezza che difficilmente arriveranno i fondi che potrebbero premere il tasto rewind e riportare tutto a prima dell’alluvione.

E’ impossibile non notare come tutto stia ripartendo a tempi da record. Qua e là si notano i grandi cassonetti di ferro che hanno raccolto cumuli di oggetti ormai da buttare. Sono semivuoti perché tutta quella che a Genova viene comunemente definita “rumenta” è ammucchiata in un altro punto della città, in Piazzale Kennedy. Siamo alla Foce, in un quartiere che porta un nome eloquente e che ospita, interrato, quel Bisagno che è finito sotto i riflettori durante l’alluvione. Proprio in corrispondenza del punto in cui le sue acque si riversano in mare oggi il piazzale è colmo di detriti, legname, oggetti di varia natura ormai irriconoscibili. E auto, tantissime auto che i proprietari possono andare a reclamare, ma che portano visibilissimi i segni del disastro. Una scena spettrale sotto gli occhi di tutti.

Infine, le parole. Mentre si scava per cercare di attribuire le responsabilità del caso e si sprecano ore a discutere di quali provvedimenti non siano stati messi in atto in tempo, i genovesi preferiscono sbrigarsela da soli. E così l’unico ringraziamento va agli angeli del fango, un nome retorico che richiama alla mente tutte le braccia che, nelle ore immediatamente successive all’alluvione, hanno permesso alla città di riavere una faccia e agli abitanti delle zone più colpite di tirare il fiato per un attimo. A loro va il Grazie dei genovesi, scritto a penna sui tanti fogli e cartelloni appesi alle vetrine. “Non c’è fango che tenga”, recita lo slogan sulla maglietta venduta in piccoli stand. Con un’offerta minima si può dare una mano e anche chi, come me, è lontano per lavoro può rendersi a suo modo utile, oltre che vicino con il cuore a chi ha perso tutto.

venerdì 11 novembre 2011

Il caso Saatchi - Tutta la verità


TITOLO: Il caso Saatchi

AUTORE: Aldo Brigaglia, Anna Tita Gallo

EDITORE: Tema

ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2011

ISBN: 9788 89 5505 114

PREZZO: 12,00 euro



SCHEDA DEL LIBRO

Una campagna pubblicitaria da 56 milioni di euro indetta dalla Regione Sardegna per promuovere l’immagine dell’isola in Italia e nel mondo. Una commissione di gara nella quale succedono anomalie che sembrano voler favorire l’agenzia Saatchi & Saatchi. Uno dei commissari, Aldo Brigaglia, che denuncia tutto e fa scoppiare il caso.

Il caso Saatchi è il più grande scandalo nella storia della Sardegna. Indagini, echi mediatici, terremoti politici, persino l’istituzione di una commissione di inchiesta del Consiglio regionale. E poi quattro processi, sorprendentemente conclusisi con la condanna dei diversi protagonisti e l’assoluzione del principale imputato.

Aldo Brigaglia ricostruisce qui, intervistato dalla giornalista Anna Tita Gallo, il resoconto dell’intera vicenda, rimettendo ordine in tutto ciò che le indagini e i processi hanno portato alla luce ma svelando anche alcuni risvolti inediti che aggiungono ulteriori sprazzi di verità a una brutta storia che ha disorientato la politica e l’opinione pubblica non solo regionale.

martedì 8 novembre 2011

Alluvione Genova: la città resiste, come 40 anni fa

E’ ormai passato qualche giorno dall’ennesima alluvione che ha colpito Genova. Ero lontana, a Milano, ero lontana anche l’anno scorso quando un’ondata di fango simile aveva mandato Sestri Ponente sott’acqua.

Noi genovesi siamo legati alla nostra città in maniera morbosa, l’ho pensato parecchie volte mentre su Internet vagavo da un sito all’altro nell’affannosa ricerca di notizia. Siamo legati ad ogni angolo, ad ogni muro screpolato, ad ogni aiuola, ad ogni insegna, anche a cose che non hanno valore storico, ai brutti palazzi degli anni Cinquanta e Sessanta che hanno accolto tanti genovesi in questi anni mentre la città cresceva.

Oggi siamo in tanti ad essere andati via, ad aver un po’ maledetto Genova per non essere stata capace di assorbirci tutti, noi lavoratori che viviamo con la valigia in mano per tornare a casa il più possibile.

Casa. Sarà sempre quella la nostra casa, quelle strade che oggi sono ancora coperte dal fango o, dove la fortuna è stata maggiore, sono ancora bagnate e ricordano che poteva andare ancora peggio. Ad andare sott’acqua sono state poche strade in confronto al labirinto di vicoli e vie che rende Genova ciò che è, ma quelle strade le abbiamo considerate nostre sin dal primo istante in cui la furia della natura ha scalzato l’uomo.

Colpisce al cuore la rabbia dei genovesi, il fatto che le lacrime versate in pubblico, sotto ai riflettori, siano state poche in confronto alla voglia di comprendere, di sapere non tanto chi ha provocato il disastro quando di cosa accadrà domani. Perché, in fondo, lo sanno già che passeranno mesi, anni probabilmente, prima che si metterà davvero mano ai fiumi che scorrono sotto la città e li si mettano in sicurezza. Tutti noi genovesi sappiamo in quale territorio sono costruite le nostre case, una in braccio all’altra, senza respiro, laddove il suolo ha concesso un minimo di spazio. Si fa presto a parlare di cementificazione selvaggia, bisognerebbe fare un giro a Genova per rendersi conto che l’intera città – e l’intera Liguria – non è stata edificata su basi a prova di calamità naturale.

Resta il fatto che la tragedia ci ha tenuti incollati al Web e che, ancora una volta, il Web è stato testimone del disastro, ha dato l’allarme. Anche grazie ai media locali, minuto dopo minuto i genovesi hanno fornito informazioni sulle condizioni delle strade in cui abitano. Siamo il popolo di Facebook e Twitter, no? E allora la voglia di comunicare, di essere in contatto con chi vive le stesse identiche paure diventa lo scopo primario. Forse qualcuno si è salvato grazie al progresso, non è uscito per fare la spesa, ha chiamato i figli per dire loro di rincasare subito, non ha lasciato il marito pensionato andare al bar a fare la solita partitella a briscola.

Posso soltanto immaginare l’ansia di chi ha visto in un attimola strada sotto alla finestra riempirsi di fango, detriti, auto, cassonetti galleggianti, magari pensando ai propri cari usciti qualche ora prima, sperando fossero al riparo magari in un androne dove qualcuno ha trovato la morte. Una morte tremenda, che nel 2011 non dovrebbe nemmeno essere concepibile.

Non dovrebbe esserci tempo per le polemiche, eppure sono scattate immediatamente. Il capro espiatorio, come di rito, è il sindaco, la stessa Marta Vincenzi, che – seppur con pregi e difetti, come qualsiasi essere umano – non si può accusare di non vivere di persona la città. Ha cuore, Marta. Questo i genovesi, anche quelli che non la possono soffrire, lo devono ammettere. Credo sia perché è una donna. Vive le cose senza quel distacco che spesso la politica si ostina ad avere. Non so quanti sarebbero andati a farsi insultare in mezzo ai cittadini sepolti sotto il fango, che avevano appena perso una casa, un negozio, un familiare, un amico. Le avevano detto di dare l’Allerta2 e così ha fatto. Troppo poco quel 2, ma in fondo se sei un sindaco dovresti poterti fidare di chi di circonda e ha le competenze per darti buoni consigli. O no? Certo, alla fine tu, sindaco, pagherai per tutti, ma è ovvio che ti stupisca se chi avrebbe dovuto avvertirti del disastro imminente se l’è cavata ricordandoti che sarebbe caduta una pioggerellina innocua come tante altre volte. Bastava chiudere qualche parco e ricordare alla gente che, in questi casi, forse è meglio evitare di spostarsi in auto? No, ma questo lo sappiamo adesso, come sappiamo che qualche imbecille non ha colto la gravità della situazione o non ha studiato abbastanza da saper leggere correttamente le cartine meteo e ricoprire la posizione che occupa.

Tra l’altro la polemica, oltre ai politici, ha coinvolto persino Luciana Littizzetto che ha osato provare a strapparci un sorriso poco dopo la catastrofe. Chissà se domani qualcuno sarà capace di prendersela non con l’anello della catena più vicino ma con i veri responsabili di quanto accade ogni giorno in Italia.

Il segreto sarebbe quello di non dimenticare, di non lasciare che la Liguria frani ancora e che ogni temporale d’ora in poi ci terrorizzi. Servono i fondi che non ci sono, servono teste pensanti e non architetti di fama internazionale che sperano di poter tramutare le nostre città in opere d’arte. Non ce ne frega nulla del domani se siamo tornati a ieri, se dobbiamo guardare le nostre case e chiederci se non sia più sicuro dormire in un castello di sabbia in riva al mare.

Intanto, piove. Sul bagnato.

giovedì 20 ottobre 2011

Fleurcup: nuove idee per donne moderne

Ogni tanto compaiono su Facebook pubblicità spiazzanti. Non è certo la prima volta, ma questa è degna di nota.

Il prodotto si chiama FleurCup, sul sito che lo presenta (fleurcup.com) dicono sia una “coppetta mestruale”. Senza scendere nei particolari – anche perché si possono persino scaricare le istruzioni – è una specie di scodella a forma di campana che s’inserisce e raccoglie i fluidi scongiurando quindi inutili ed inopportuni spargimenti di sangue…

Sempre secondo le istruzioni, per essere inserita si può piegare in vari modi, potete creare addirittura un simpatico origami.

“Sicura, affidabile, pratica, comoda, economica, ecologica e... sensuale”, dicono. Sensuale?

E tra le FAQ ne spicca una a cui tutte noi donne non vedevamo l’ora di poter dare risposta:

“Come procedere se devo vuotare la coppetta mestruale Fleurcup nei bagni pubblici?”
Risposta: “Basta toglierla, vuotarne il contenuto nel wc, asciugarla con della carta igienica o un fazzoletto e riposizionarla. In questo caso, pulire la coppetta appena possibile. Come numerose donne, potrete anche prevedere una bottiglia d’acqua per sciacquare la coppetta mestruale Fleurcup con la massima discrezione. Ma sappiate che la maggior parte delle donne ha bisogno di vuotarla solo poche volte al giorno e ha quindi raramente bisogno di farlo nei bagni pubblici”.

Quando ho smesso di sgranare gli occhi ho dato un'occhiata alle opinioni (femminili, s'intende) postate in Rete e mi sono resa conto che, in realtà, in molte sono soddisfatte. Fleurcup è anche osannata in alcuni portali eco-maniaci.

Ebbene, no, non la proverò. Semplicemente mi chiedo se sia io a preferire sempre, comunque e dovunque le soluzioni tradizionali o se sia il resto del mondo a farsi trascinare nel baratro di qualsiasi oggetto abbia una qualche parvenza di novità......


Gheddafi è morto. Gheddafi ci mancherà

Alla fine Muammar Gheddafi è stato ucciso. Notizia prevedibile, ma che fa riflettere. Da mesi lo cercavano, intanto sulle sue città cadevano le bombe, intanto i suoi figli perdevano la vita, intanto il popolo perdeva case, familiari, tutto. Ora, forse, inizieranno a respirare in Libia.

Gheddafi la sua resistenza l’ha fatta, non c’è dubbio.

Sarà ricordato dal mondo come un altro dei dittatori finalmente caduti, sarà un’altra vittoria del cosiddetto Occidente democratico e dei suoi paladini, lo stesso Occidente che oggi vede i suoi figli scendere in piazza e manifestare – urlare – per riavere indietro la dignità, sotto forma di lavoro, sicurezze minime, sotto forma di futuro.

Gheddafi sarà ricordato come leader sanguinario, ma in fin dei conti tra lui e i capi politici del “nostro” mondo il rapporto era di amore-odio, non di odio cieco se non di amore spassionato.

Non fa testo l’accoglienza riservatagli da Silvio Berlusconi, nel 2009, quando Gheddafi diete sfoggio all’Italia di tutta la sua apparenza folkloristica. I due si abbracciarono, l’Italia e il mondo rimasero perplessi e oggi si rendono ancora più conto che la guerra, noi italiani, non l’abbiamo vissuta, anche se la Libia era un po’ anche “casa nostra”. Di certo era più casa nostra che dei francesi o degli americani, ma non abbiamo avuto tempo per pensarci abbastanza.

Leggo solo oggi la notizia di un lifting che Gheddafi si sarebbe fatto praticare nel suo bunker per cancellare 25 anni dalla sua faccia. Anestesia locale, i veri leader – o almeno quelli vecchio stampo - non vogliono perdere coscienza nemmeno per sembrare più belli e più freschi.

Fa sorridere anche questo, a distanza di anni dall’intervento, forse perché ai nostri occhi lo fa sembrare come i leader italiani, tutto fumo (plastica) e niente arrosto.

Gheddafi ne ha combinate di tutti i colori, ma rispetto ad un Saddam Hussein, oggi, ci sembra solo colore, piume, amazzoni, gingilli e palazzi dorati. Il suo carisma era pittoresco per noi, non guardavamo il volto del rais come si guarda con terrore il volto di un assassino. Non era come gli altri, era il Male ma meno assoluto.

E anche oggi che conosciamo i crimini da lui ordinati, alla fine, immaginandolo dentro una buca, coperto da una tunica colorata e con indosso i suoi occhiali da sole, che invoca “Non sparate, non sparate!”… bè, anche oggi Gheddafi ci sembra uscito da un cinepanettone, anche oggi ci viene da sorridere.

lunedì 17 ottobre 2011

Quando il black block si sente partigiano

Oggi mi fa molta rabbia leggere su Facebook frasi come “Siamo tutti black block” o “Siamo tutti partigiani”, associate senza pensare che sabato, in piazza a Roma, c’erano centinaia di persone che gridavano con tutte le loro forze e tutto il loro odio che il mondo va cambiato.

Cari partigiani del Terzo Millennio – se così vi piace definirvi – sappiate che non avete ucciso l’orgoglio della politica, né avete scomodato nessuno dalla sua poltrona. Avete danneggiato chi, come voi, è stanco e vuole lottare per cambiare le cose, chi come voi è precario, chi come voi si sente offeso, chi come voi ogni giorno si alza con la consapevolezza che domani potrebbe non avere un lavoro e nemmeno un sogno.

Siete proprio degli str…., più di quelli che volete combattere. Indossate anche le stesse scarpe firmate, tra l’altro. E volete pure voi il posto fisso e la pensione alta a 60 anni.

Se preferite la guerriglia perché allora non la organizzate per conto vostro? Perché non andate a spaccare le vetrine delle banche domani? Non avrete certo paura, voi.

Vogliamo che il Parlamento torni ad essere nostro? Benissimo, ma allora facciamo in modo che si svuoti e si riempia di facce che ci somigliano, non occorre bruciarlo.

Troppo comodo approfittare della brava gente, troppo comodo mescolarsi tra la folla e coprirsi la faccia. Troppo comodo anche entrare in chiesa e distruggere un crocifisso, là dove nessuno avrebbe mai risposto con violenza alla vostra violenza. Se non credete in niente tranne che all’anarchia, così come non volete che nessuno calpesti il vostro campicello, non invadete quello altrui e lasciate che ognuno creda in chi e cosa vuole. A Babbo Natale ci avrete creduto anche voi, no? E guai a chi ve lo toccava.

Ora che avete rubato la scena a chi tentava di far ascoltare ragioni che sono anche le vostre state meglio? Avete conquistato la vittoria?

Complimenti, mentre in tutti gli altri Stati ci si indigna contro i potenti, noi siamo i soli a doverci indignare anche con i nostri simili, quelli un po’ più trogloditi che non capiscono la gravità della situazione e preferiscono fare le primedonne.

martedì 11 ottobre 2011

d'ANNAzione del giorno: Giovanni DD come Umberto B. I nuovi poveri siamo noi

Leggo su Repubblica.it la storia di Giovanni, un operaio che ha dovuto lasciare la sua casa perché senza lavoro e senza soldi. E’ successo a Teramo, dove i dipendenti di un bar si sono accorti che, da tempo, quell’uomo che andava al mattino presto a prendere un cornetto e un caffè, sempre pagando, in realtà dormiva dentro una cabina per le fototessere.

Giovanni pagava sempre, non voleva essere aiutato, andava all’alba ad ordinare la colazione e andava via come chi un lavoro ce l’ha ed è costretto ad alzarsi presto. Non si sa cosa facesse tutto il giorno, probabilmente


Giovanni non ha perso la dignità, al punto che, un bel giorno, i dipendenti del bar – che intanto avevano riconosciuto dalle scarpe in quel nuovo clochard la stessa persona che vedevano ogni mattina al bancone – si sono accorti che i suoi piedi sanguinavano per via della posizione in cui Giovanni doveva rimanere tutte le notti. Seduto, senza la possibilità di sdraiarsi.vagava in attesa che, intorno alle 2, ogni sera il bar chiudesse. Perché Giovanni si vergognava di dormire lì dentro, in quella scatolina troppo calda o troppo fredda, non voleva che si sapesse, sperava di rialzarsi un giorno e, infatti, aveva provato a tappezzare la città di foglietti con scritto che c’era un imbianchino disponibile a ridare decoro alle pareti di qualsiasi casa. E un vecchietto l’aveva anche chiamato, ma quei pochi soldi non potevano certo bastare a lungo.

E’ dovuto intervenire il parroco per far sì che Giovanni si rassegnasse a lasciarsi aiutare.

Una storia strappalacrime, non c’è dubbio, di quelle che molti oggi tendono ad ignorare come se commuoversi davanti a certe vicende sia da deboli quanto commuoversi per un programma televisivo o una fiction.


Mi è venuta in mente la scena di un film che mia madre, più e più volte, mi ricorda come esempio della grandezza dei nostri registri italiani di un tempo. La realtà di oggi non dista granché dalla finzione. E dall’uscita di quel film sono passati quasi 60 anni.

venerdì 7 ottobre 2011

I giornalisti precari rivogliono la dignità (e paghe eque). Qualcuno ci ascolta?

“Giornalisti e Giornalismi”: si chiama così l’incontro in corso oggi a Firenze. Nella diretta streaming ho visto salire sul palco tanti giornalisti, giovani e meno giovani, ognuno con una propria storia che parla di precariato.

Mi sono sentita meno sola nella mia incaxxatura contro il sistema, su questo non ci piove. Ma il mio stato d’animo non è migliorato, in fin dei conti.

Sono centinaia - migliaia direi - i giornalisti che oggi scrivono per pochi euro ad articolo, che non possono pensare ad una famiglia perché non sono stipendi da mondo civile, che devono lottare per recuperare i soldi che spettano loro, che vivono da precari, che non sanno come fare a migliorare la propria sorte e, soprattutto, non si sentono affatto tutelati.

Molti di noi – perché di questa classe faccio parte – hanno già rinunciato, scegliendo di cambiare lavoro ed accontentarsi di una collaborazione ogni tanto. Ci sentiamo abbandonati, questa è la realtà. Per molti è il sogno di una vita che crolla, ma se non puoi fare un lavoro che ti piace, quello per cui sei nato, poi dopo un po’ non sei più te stesso, ti senti incompleto, sai che potresti dare tanto ma devi scegliere tra lavorare praticamente gratis o pagarti un affitto, la spesa e, se sei fortunato, una pizza al sabato sera.

Lo scorso giugno il precariato del mondo dei giornalisti ha ucciso Pierpaolo Faggiano, un collega pugliese di 41 anni che non ce l’ha fatta a sopportare le continue umiliazioni del suo lavoro. Bravo, competente, un sacco di complimenti per Pierpaolo, ma lui restava pur sempre povero, uno che con il suo lavoro non arrivava a fine mese e non per colpa sua. Cosa puoi fare quando sai di valere ma nessuno te lo riconosce?

Siamo in molti nella stessa situazione e sapere che qualcuno si è suicidato per questo fa salire il sangue al cervello. Eppure i giornalisti sono una razza strana, che raramente si unisce e scende in piazza, preferiscono lamentarsi ma guardarsi le spalle dai colleghi, nell’ansia che qualcuno li scalzi dalla poltroncina. Parlo dei “vecchi”, perché quelli della mia generazione raramente siedono da qualche parte.

Non a caso, qualche giorno fa crolla una palazzina a Barletta e tutti i titoli parlano dei 4 euro all’ora che prendevano le vittime, sepolte insieme alla maglieria dove lavoravano in nero. Tutti sconvolti questi giornalisti, questi direttori illustri, gli stessi che, quasi sicuramente, ospitano in redazione stagisti senza concedere un rimborso anche minimo e che sanno bene a quanto ammonta la paga ad articolo dei collaboratori esterni, tutti con contratti co co co, ammesso che ne abbiano uno.

E allora sapere che a Firenze se n’è parlato potrebbe essere una consolazione, ma non lo è. C’erano anche i rappresentanti dell’Ordine, come se avessero bisogno, prima di agire finalmente, di sentirsi raccontare le storie sfortunate dei precari. Dove sono i controlli agli editori? Quando si arriva con il malloppo di articoli per iscriversi nessuno chiede quanto si è stati pagati. L’importante è versare la tassa annuale, se ti senti sfruttato affari tuoi. Nessuno entra nelle sedi di giornali e tv per sapere quanti precari ci sono e quanto vengono pagati.

Ci sono compensi al di sotto dei quali non si può scendere e bisogna fare in modo che sia così. Punto. Ma non sono solo i giornalisti a dover rifiutare le “proposte indecenti”, è chi li tutela che dovrebbe iniziare a farlo sul serio, rimboccandosi le maniche, espellendo i fannulloni e facendo in modo che i più meritevoli facciano strada, gli altri a casa. D’altra parte è l’unico modo per fare in modo che la categoria intera non perda credibilità. E’ tanto complicato?

E se anche Rita Dalla Chiesa sembra impazzita...

Non ho mai guardato Forum con passione, è uno di quei programmi che lasci come sottofondo mentre fai le pulizie, mentre cucini o comunque mentre fai altro e ascolti distrattamente. Ogni tanto ti colpisce l’accento di qualche personaggio tirato fuori da un cilindro magico, ci ridi sopra uno o due minuti, ti vergogni per il pubblico che si altera a favore di questo o quel contendente, poi alla fine cambi canale e non ti resta nulla.

Ieri però, a quanto pare, ho perso un momento di altissima televisione.

Una delle cause vedeva contrapposti marito e moglie. Lui ha sorpreso lei a letto con il fratello (di lui) e ha pensato bene di dargliele di santa ragione. Ma proprio il marito tradito voleva un risarcimento per l’adulterio subito, chiesto però anche dalla moglie per il danno dovuto agli schiaffoni incassati.

Alla fine il giudice dà ragione al marito, ma la perla di saggezza arriva direttamente dalla bocca di Rita dalla Chiesa.

Premessa: Rita Dalla Chiesa è quella signora di mezz’età (o età avanzata?) che di solito comunica ad un pubblico di altrettante signore di mezz’età, presumo stanche casalinghe alle prese con le faccende domestiche; stiamo parlando di un volto rassicurante che entra nelle case degli italiani da anni e che, ultimamente, mostrava senza tregua il suo buon cuore persino per gli animali (cani soprattutto), di cui parla costantemente a Forum. Insomma, non una signora qualsiasi, ma una signora nota per le sue buone maniere e il suo prendere a cuore ogni causa.

Cito testualmente da un articolo del Corriere.it le parole di Rita Dalla Chiesa pronunciate ieri: “Due schiaffi a lei in confronto al danno morale che ha provato lui non sono niente”.

Ho letto questa frase 2 o 3 volte stamattina, proprio non riesco a giustificarla.

Sia chiaro, se trovi tua moglie a letto con tuo fratello non è che la ringrazi e le dici “brava, ti meriti anche una ricompensa”. Magari ti viene anche l’istinto di prenderla a schiaffi (siamo umani, no?), ma il fatto che lo dica una signora rispettabile, in un programma che vorrebbe essere educativo (?) è indicativo di qualcosa che non funziona. Il primo pensiero che mi viene in mente è che Rita è stanca, un po’ come Mike Bongiorno quando proprio non riusciva a contenere le sue sparate colossali.

Una donna che giustifica un uomo che picchia un’altra donna, a costo di sembrare eccessiva, lo ritengo allucinante.

Per carità, l’adulterio è il peggio che una moglie possa fare al proprio marito, ma “le donne non si toccano nemmeno con una rosa”, no? E nemmeno gli uomini, il problema è proprio che in tv non si dovrebbe incoraggiare chi utilizza le mani invece della lingua per risolvere i problemi.

Parliamo tanto di abusi, di donne che subiscono ogni sorta di vessazione tra le mura domestiche, parliamo di arretratezza di un certo pensiero che vuole ancora i mariti padroni, e poi riusciamo a dire che sì, in fondo due schiaffi se li meritava?!

E allora perché non prendere a schiaffi anche il fratello? Alla fine sarà mica la donna l’unica colpevole, traditrice e causa di un raggiro colossale ai danni del povero cognato?

Insomma, ecco l’ennesimo buon motivo per pensare che dal tunnel della tv spazzatura sarà sempre più difficile uscire…

giovedì 6 ottobre 2011

Thanks, Steve

Alla fine se n’è andato. Sapevamo che sarebbe successo e che sarebbe successo presto e in fretta. Era diventato magro, Steve, la malattia che non ha comunque nascosto lo stava divorando inesorabilmente, ma speravamo che si potesse eliminare per sempre premendo il tasto Canc o magari grazie ad un app che uccidesse le cellule cattive impossessatisi del suo corpo mortale. Del lavoro e della genialità di quest’uomo resterà moltissimo al mondo, il suo viso sarà probabilmente stampato su milioni di magliette e la sua Apple vivrà ancora a lungo.

Appena letta la notizia della morta di Steve Jobs ho pensato che, in questi anni, forse si sarà ripetuto un sacco di volte qualcosa come “In fin dei conti, ho fatto del mio meglio per il mondo, che altro potrei dare?”, ma nessuno vuole morire, nessuno si sente mai compiuto e credo, anzi, che lui avrebbe ancora potuto regalarci mille follie e mille invenzioni che avrebbero fatto la storia.

Resterà anche quella frase pronunciata agli studenti di Stanford: “Stay hungry, stay foolish”. Quell’”hungry” è il motore che deve far migliorare il mondo e che ci entra nella mente più del “foolish”, forse perché all’abbinamento “genio e sregolatezza” ci hanno abituati, rendendolo uno slogan ormai vuoto. Ma “hungry” è una sensazione fisica, un bisogno al quale non si può porre limiti o freni. La fame di conoscenza, l’avidità nell’assaporare il pane quotidiano, deve muovere il pianeta e il cervello dei giovani inventori che lo popolano.

Non si dovrebbero scrivere mai testi lunghi su un blog, ma questo discorso vale la pena di essere riportato dalla prima all’ultima parola. Thanks, Steve.

Sono onorato di essere qui con voi oggi, nel giorno della vostra laurea presso una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. A dir la verità, questa è l’occasione in cui mi sono di più avvicinato ad un conferimento di titolo accademico. Oggi voglio raccontarvi tre episodi della mia vita. Tutto qui, nulla di speciale. Solo tre storie.

La prima storia parla di “unire i puntini”.
Ho abbandonato gli studi al Reed College dopo sei mesi, ma vi sono rimasto come imbucato per altri diciotto mesi, prima di lasciarlo definitivamente. Allora perchè ho smesso?
Tutto è cominciato prima che io nascessi. La mia madre biologica era laureanda ma ragazza-madre, decise perciò di darmi in adozione. Desiderava ardentemente che io fossi adottato da laureati, così tutto fu approntato affinché ciò avvenisse alla mia nascita da parte di un avvocato e di sua moglie. All’ultimo minuto, appena nato, questi ultimi decisero che avrebbero preferito una femminuccia. Così quelli che poi sarebbero diventati i miei “veri” genitori, che allora si trovavano in una lista d’attesa per l’adozione, furono chiamati nel bel mezzo della notte e venne chiesto loro: “Abbiamo un bimbo, un maschietto, ‘non previsto’; volete adottarlo?”. Risposero: “Certamente”. La mia madre biologica venne a sapere successivamente che mia mamma non aveva mai ottenuto la laurea e che mio padre non si era mai diplomato: per questo si rifiutò di firmare i documenti definitivi per l’adozione. Tornò sulla sua decisione solo qualche mese dopo, quando i miei genitori adottivi le promisero che un giorno sarei andato all’università.

Infine, diciassette anni dopo ci andai. Ingenuamente scelsi un’università che era costosa quanto Stanford, così tutti i risparmi dei miei genitori sarebbero stati spesi per la mia istruzione accademica. Dopo sei mesi, non riuscivo a comprenderne il valore: non avevo idea di cosa avrei fatto nella mia vita e non avevo idea di come l’università mi avrebbe aiutato a scoprirlo. Inoltre, come ho detto, stavo spendendo i soldi che i miei genitori avevano risparmiato per tutta la vita, così decisi di abbandonare, avendo fiducia che tutto sarebbe andato bene lo stesso. OK, ero piuttosto terrorizzato all’epoca, ma guardandomi indietro credo sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso. Nell’istante in cui abbandonai potei smettere di assistere alle lezioni obbligatorie e cominciai a seguire quelle che mi sembravano interessanti.

Non era tutto così romantico al tempo. Non avevo una stanza nel dormitorio, perciò dormivo sul pavimento delle camere dei miei amici; portavo indietro i vuoti delle bottiglie di coca-cola per raccogliere quei cinque cent di deposito che mi avrebbero permesso di comprarmi da mangiare; ogni domenica camminavo per sette miglia attraverso la città per avere l’unico pasto decente nella settimana presso il tempio Hare Krishna. Ma mi piaceva. Gran parte delle cose che trovai sulla mia strada per caso o grazie all’intuizione in quel periodo si sono rivelate inestimabili più avanti. Lasciate che vi faccia un esempio:

il Reed College a quel tempo offriva probabilmente i migliori corsi di calligrafia del paese. Nel campus ogni poster, ogni etichetta su ogni cassetto, erano scritti in splendida calligrafia. Siccome avevo abbandonato i miei studi ‘ufficiali’e pertanto non dovevo seguire le classi da piano studi, decisi di seguire un corso di calligrafia per imparare come riprodurre quanto di bello visto là attorno. Ho imparato dei caratteri serif e sans serif, a come variare la spaziatura tra differenti combinazioni di lettere, e che cosa rende la migliore tipografia così grande. Era bellissimo, antico e così artisticamente delicato che la scienza non avrebbe potuto ‘catturarlo’, e trovavo ciò affascinante.

Nulla di tutto questo sembrava avere speranza di applicazione pratica nella mia vita, ma dieci anni dopo, quando stavamo progettando il primo computer Machintosh, mi tornò utile. Progettammo così il Mac: era il primo computer dalla bella tipografia. Se non avessi abbandonato gli studi, il Mac non avrebbe avuto multipli caratteri e font spazialmente proporzionate. E se Windows non avesse copiato il Mac, nessun personal computer ora le avrebbe. Se non avessi abbandonato, se non fossi incappato in quel corso di calligrafia, i computer oggi non avrebbero quella splendida tipografia che ora possiedono. Certamente non era possibile all’epoca ‘unire i puntini’e avere un quadro di cosa sarebbe successo, ma tutto diventò molto chiaro guardandosi alle spalle dieci anni dopo.

Vi ripeto, non potete sperare di unire i puntini guardando avanti, potete farlo solo guardandovi alle spalle: dovete quindi avere fiducia che, nel futuro, i puntini che ora vi paiono senza senso possano in qualche modo unirsi nel futuro. Dovete credere in qualcosa: il vostro ombelico, il vostro karma, la vostra vita, il vostro destino, chiamatelo come volete… questo approccio non mi ha mai lasciato a terra, e ha fatto la differenza nella mia vita.

La mia seconda storia parla di amore e di perdita.

Fui molto fortunato – ho trovato cosa mi piacesse fare nella vita piuttosto in fretta. Io e Woz fondammo la Apple nel garage dei miei genitori quando avevo appena vent’anni. Abbiamo lavorato duro, e in dieci anni Apple è cresciuta da noi due soli in un garage sino ad una compagnia da due miliardi di dollari con oltre quattromila dipendenti. Avevamo appena rilasciato la nostra migliore creazione – il Macintosh – un anno prima, e avevo appena compiuto trent’anni… quando venni licenziato. Come può una persona essere licenziata da una Società che ha fondato? Beh, quando Apple si sviluppò assumemmo una persona – che pensavamo fosse di grande talento – per dirigere la compagnia con me, e per il primo anno le cose andarono bene. In seguito però le nostre visioni sul futuro cominciarono a divergere finché non ci scontrammo. Quando successe, il nostro Consiglio di Amministrazione si schierò con lui. Così a trent’anni ero a spasso. E in maniera plateale. Ciò che aveva focalizzato la mia intera vita adulta non c’era più, e tutto questo fu devastante.

Non avevo la benché minima idea di cosa avrei fatto, per qualche mese. Sentivo di aver tradito la precedente generazione di imprenditori, che avevo lasciato cadere il testimone che mi era stato passato. Mi incontrai con David Packard e Bob Noyce e provai a scusarmi per aver mandato all’aria tutto così malamente: era stato un vero fallimento pubblico, e arrivai addirittura a pensare di andarmene dalla Silicon Valley. Ma qualcosa cominciò a farsi strada dentro me: amavo ancora quello che avevo fatto, e ciò che era successo alla Apple non aveva cambiato questo di un nulla. Ero stato rifiutato, ma ero ancora innamorato. Così decisi di ricominciare.

Non potevo accorgermene allora, ma venne fuori che essere licenziato dalla Apple era la cosa migliore che mi sarebbe potuta capitare. La pesantezza del successo fu sostituita dalla soavità di essere di nuovo un iniziatore, mi rese libero di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita.

Nei cinque anni successivi fondai una Società chiamata NeXT, un’altra chiamata Pixar, e mi innamorai di una splendida ragazza che sarebbe diventata mia moglie. La Pixar produsse il primo film di animazione interamente creato al computer, Toy Story, ed è ora lo studio di animazione di maggior successo nel mondo. In una mirabile successione di accadimenti, Apple comprò NeXT, ritornai in Apple e la tecnologia che sviluppammo alla NeXT è nel cuore dell’attuale rinascimento di Apple. E io e Laurene abbiamo una splendida famiglia insieme.

Sono abbastanza sicuro che niente di tutto questo mi sarebbe accaduto se non fossi stato licenziato dalla Apple. Fu una medicina con un saporaccio, ma presumo che ‘il paziente’ne avesse bisogno. Ogni tanto la vita vi colpisce sulla testa con un mattone. Non perdete la fiducia, però. Sono convinto che l’unica cosa che mi ha aiutato ad andare avanti sia stato l’amore per ciò che facevo. Dovete trovare le vostre passioni, e questo è vero tanto per il/la vostro/a findanzato/a che per il vostro lavoro. Il vostro lavoro occuperà una parte rilevante delle vostre vite, e l’unico modo per esserne davvero soddisfatti sarà fare un gran bel lavoro. E l’unico modo di fare un gran bel lavoro è amare quello che fate. Se non avete ancora trovato ciò che fa per voi, continuate a cercare, non fermatevi, come capita per le faccende di cuore, saprete di averlo trovato non appena ce l’avrete davanti. E, come le grandi storie d’amore, diventerà sempre meglio col passare degli anni. Quindi continuate a cercare finché non lo trovate. Non accontentatevi.

La mia terza storia parla della morte.

Quando avevo diciassette anni, ho letto una citazione che recitava: “Se vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, uno di questi c’avrai azzeccato”. Mi fece una gran impressione, e da quel momento, per i successivi trentatrè anni, mi sono guardato allo specchio ogni giorno e mi sono chiesto: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?”. E ogni volta che la risposta era “No” per troppi giorni consecutivi, sapevo di dover cambiare qualcosa.

Ricordare che sarei morto presto è stato lo strumento più utile che abbia mai trovato per aiutarmi nel fare le scelte importanti nella vita. Perché quasi tutto – tutte le aspettative esteriori, l’orgoglio, la paura e l’imbarazzo per il fallimento – sono cose che scivolano via di fronte alla morte, lasciando solamente ciò che è davvero importante. Ricordarvi che state per morire è il miglior modo per evitare la trappola rappresentata dalla convinzione che abbiate qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è ragione perché non seguiate il vostro cuore.

Un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Effettuai una scansione alle sette e trenta del mattino, e mostrava chiaramente un tumore nel mio pancreas. Fino ad allora non sapevo nemmeno cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che con ogni probabilità era un tipo di cancro incurabile, e avevo un’aspettativa di vita non superiore ai tre-sei mesi. Il mio dottore mi consigliò di tornare a casa ‘a sistemare i miei affari’, che è un modo per i medici di dirti di prepararti a morire. Significa che devi cercare di dire ai tuoi figli tutto quello che avresti potuto nei successivi dieci anni in pochi mesi. Significa che devi fare in modo che tutto sia a posto, così da rendere la cosa più semplice per la tua famiglia. Significa che devi pronunciare i tuoi ‘addio’.

Ho vissuto con quella spada di Damocle per tutto il giorno. In seguito quella sera ho fatto una biopsia, dove mi infilarono una sonda nella gola, attraverso il mio stomaco fin dentro l’intestino, inserirono una sonda nel pancreas e prelevarono alcune cellule del tumore. Ero in anestesia totale, ma mia moglie, che era lì, mi disse che quando videro le cellule al microscopio, i dottori cominciarono a gridare perché venne fuori che si trattava una forma molto rara di cancro curabile attraverso la chirurgia. Così mi sono operato e ora sto bene.

Questa è stata la volta in cui mi sono trovato più vicino alla morte, e spero lo sia per molti decenni ancora. Essendoci passato, posso dirvi ora qualcosa con maggiore certezza rispetto a quando la morte per me era solo un puro concetto intellettuale:

Nessuno vuole morire. Anche le persone che desiderano andare in paradiso non vogliono morire per andarci. E nonostante tutto la morte rappresenta l’unica destinazione che noi tutti condividiamo, nessuno è mai sfuggito ad essa. Questo perché è come dovrebbe essere: la Morte è la migliore invenzione della Vita. E’ l’agente di cambio della Vita: fa piazza pulita del vecchio per aprire la strada al nuovo. Ora come ora ‘il nuovo’ siete voi, ma un giorno non troppo lontano da oggi, gradualmente diventerete ‘il vecchio’e sarete messi da parte. Mi dispiace essere così drammatico, ma è pressappoco la verità.

Il vostro tempo è limitato, perciò non sprecatelo vivendo la vita di qualcun’altro. Non rimanete intrappolati nei dogmi, che vi porteranno a vivere secondo il pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui zittisca la vostra voce interiore. E, ancora più importante, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione: loro vi guideranno in qualche modo nel conoscere cosa veramente vorrete diventare. Tutto il resto è secondario.

Quando ero giovane, c’era una pubblicazione splendida che si chiamava The whole Earth catalog, che è stata una delle bibbie della mia generazione. Fu creata da Steward Brand, non molto distante da qui, a Menlo Park, e costui apportò ad essa il suo senso poetico della vita. Era la fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer, ed era fatto tutto con le macchine da scrivere, le forbici e le fotocamere polaroid: era una specie di Google formato volume, trentacinque anni prima che Google venisse fuori. Era idealista, e pieno di concetti chiari e nozioni speciali.

Steward e il suo team pubblicarono diversi numeri di The whole Earth catalog, e quando concluse il suo tempo, fecero uscire il numero finale. Era la metà degli anni Settanta e io avevo pressappoco la vostra età. Nella quarta di copertina del numero finale c’era una fotografia di una strada di campagna nel primo mattino, del tipo che potete trovare facendo autostop se siete dei tipi così avventurosi. Sotto, le seguenti parole: “Siate affamati. Siate folli”. Era il loro addio, e ho sperato sempre questo per me. Ora, nel giorno della vostra laurea, pronti nel cominciare una nuova avventura, auguro questo a voi.

Siate affamati. Siate folli.

martedì 4 ottobre 2011

d'ANNAzione del giorno: Vasco fa chiudere Nonciclopedia

Ieri mattina la notizia sembrava di quelle impossibili. “Hanno chiuso Nonciclopedia”. Come spesso accade, l’ho saputo da Facebook, dando la prima occhiata svogliata di inizio giornata a notifiche e messaggi.

E proprio da lì è partita la rivolta del popolo del Web contro quella che viene ormai additata come censura bell’e buona, senza scuse.

Tutti ormai sanno che la causa di tutto questo si chiama Vasco Rossi e, per fortuna, nemmeno i fan approvano (quelli che approvano credo abbiano capito che è il momento di tacere).

Mi chiedo allora come sia possibile che, di tutti i permalosi che avrebbero potuto imporre la chiusura di Nonciclopedia, proprio lui sia arrivato a tanto.

Sia chiaro, in Italia come altrove, i potenti che, grazie ad avvocati ricchi e brillanti, grazie al loro denaro e alla loro posizione, potrebbero far chiudere siti e blog schioccando le dita ce ne sono a decine. Ma finora – che io ricordi – un caso così eclatante non si era ancora visto, lasciando da parte i vari Luttazzi, Biagi, Santoro e compagnia bella, che però vivono – o, ahimé, vivevano – nel mondo della tv.

Vasco che non apprezza le critiche, le battute, lo scherzo, francamente fa molta tristezza. Ci eravamo abituati, in questi mesi, al Vasco malandato, che dalla clinica si ricorda dei fan e indirizza loro messaggi 2.0 approfittando della Rete. Oggi la satira, che non si è fermata, ci racconta un Vasco che non conosce affatto i meccanismi della comunicazione moderna, di Internet, e allora dà vita a questa spedizione punitrice contro un’innocente pagina, che in confronto alla sua chiusura sembra una marachella da bambini dell’asilo.

Nonciclopedia ci ha fatto sorridere per anni, se ne sono accorti anche i suoi bersagli preferiti, i politici e “la gente che conta”, nessuno avrebbe mai pensato di fare in modo che chiudesse. C’è chi non ha apprezzato certe battute – così si dice – ma le frasi incriminate sono state rimosse e il gioco è andato avanti. E’ vero, è una satira pesantina, non facile da digerire, a volte sopra le righe, ma non ha fatto male a nessuno.

Poi arriva lui, l’alternativo, quello che va contro le regole, il Vasco eroe di generazioni di pseudo ribelli, che decide che quello scherzo proprio non gli piace più e si prende la briga di intervenire, innescando come conseguenza lo sciopero di Nonciclopedia.

La risposta dei creatori, secondo me, è stata all’altezza della situazione, in linea perfetta con i toni utilizzati finora e che, oggettivamente, non fanno male più di un aeroplanino di carta fatto voltare in classe.

“Care lettrici, cari lettori, cari creditori

Nonciclopedia chiude a causa di una denuncia che Vasco Rossi ha sporto contro il sito.
Vasco Rossi si è sentito diffamato dalla pagina che lo riguardava.

Probabilmente si terrà un processo, al termine del quale quel brufoloso ragazzino quindicenne che ha scritto la pagina dopo essere stato picchiato dai suoi compagni di classe, adesso dovrà anche pagare gli alimenti al nullatenente Vasco Rossi.
Un uomo che ha vissuto l'esperienza della droga, l'esperienza del carcere, l'esperienza di stadi e folle che lo acclamavano, non poteva proprio sopportare l'idea di essere oggetto di satira su Nonciclopedia”.

Ogni tanto bisognerebbe ricordarsi che il nostro sogno deve essere un’Italia (ancora più) libera di pensare, scrivere, lamentarsi, agire, senza che qualcuno le imponga cosa pensare, cosa scrivere, di cosa lamentarsi e come agire. Troppo semplice fare i gradassi e scaricare le nostre frustrazioni su chi ci urta sulla metro, su chi è nero, su chi è debole, su chi ha i capelli viola, su chi non pota l’albero in giardino, su chi è diverso da noi e su chi è, semplicemente, un bersaglio facile. Eppure, con tutti i problemi che abbiamo, alla fine anche i più in vista, i vip, cedono alla tentazione di calpestare il prossimo come antistress.

Ci sarebbe da sperare in un “mea culpa”, ma forse è chiedere troppo.

giovedì 29 settembre 2011

Cose che avresti voluto inventare...


by Naoto Fukasawa


giovedì 22 settembre 2011

d'ANNAzione del giorno: c'era una volta una cabina telefonica

Sarà che mi sembrano una specie di opera d'arte vintage proprio lì, in mezzo al traffico. Sarà che, nel momento del bisogno, potrebbero tornare utili. Sarà che far sparire un oggetto che per decenni è stato preziosissimo non mi pare una buona idea. Un po' per questo, un po' per attaccamento a tutto ciò che mi ricorda l'infanzia e l'adolescenza, sta di fatto che ogni volta che incrocio una cabina telefonica penso che la decisione dell'Agcom di autorizzare Telecom ad abbatterle non mi convince per niente.

Prima o poi – c'era da aspettarselo – il problema si sarebbe presentato: quante volte vengono utilizzate le cabine italiane? I numeri sono imbarazzanti. Dal 2001 vengono utilizzate il 90% in meno e, da 8 di quelle ancora utilizzate, vengono effettuate soltanto 3 chiamate al giorno.

Basta questo a giustificare la decisione di eliminare quelle superflue, eppure sembra un omicidio. Immediatamente mi tornano in mente tutte quelle volte che, tanto tempo fa, mi sono riparata dentro la mia cabina in attesa dell'autobus quando faceva freddo. O quando aspettavo un'amica in ritardo e chiamavo casa sua per capire se almeno fosse già uscita. O semplicemente quando ci si dava appuntamento “dalla cabina”. E poi le situazioni in cui la cabina era indispensabile per avvertire mamma e papà che sarei rientrata più tardi del solito. “Non aspettatemi per cena”, tutto qui, perché poi le 200 lire finivano subito e le 500 erano troppe per dire soltanto qualche frase e un saluto.

C'erano ancora le lire, prima ancora i gettoni, c'era la coda per telefonare a volte. Poi c'erano le schede telefoniche e chi le collezionava. Il passo successivo sono state le nuove cabine, più moderne, quelle ancora in piedi, da cui si possono mandare anche gli sms. Ci vuole un bel po' per scrivere tutto il messaggio, somigliano ai primi cellulari, ma a me qualche volta è capitato di servirmene quando dimenticavo di ricaricare.

Bè, mi viene una gran nostalgia se penso che 130 mila cabine saranno abbattute. Per chi volesse salvarne una, è possibile inviare una segnalazione all'Agcom, scrivendo a cabinatelefonica@agcom.it.

In ogni caso, quelle abbattute potrebbero presto diventare un reperto, il simbolo della comunicazione dei tempi andati, perfetto per essere messo in un angolo del giardino in memoria della fatica immane compiuta per sentire la voce della persona amata, dei familiari lontani, quando ancora ci si scrivevano lunghe lettere e non ci si poteva guardare a qualsiasi ora attraverso uno schermo.