giovedì 20 ottobre 2011

Fleurcup: nuove idee per donne moderne

Ogni tanto compaiono su Facebook pubblicità spiazzanti. Non è certo la prima volta, ma questa è degna di nota.

Il prodotto si chiama FleurCup, sul sito che lo presenta (fleurcup.com) dicono sia una “coppetta mestruale”. Senza scendere nei particolari – anche perché si possono persino scaricare le istruzioni – è una specie di scodella a forma di campana che s’inserisce e raccoglie i fluidi scongiurando quindi inutili ed inopportuni spargimenti di sangue…

Sempre secondo le istruzioni, per essere inserita si può piegare in vari modi, potete creare addirittura un simpatico origami.

“Sicura, affidabile, pratica, comoda, economica, ecologica e... sensuale”, dicono. Sensuale?

E tra le FAQ ne spicca una a cui tutte noi donne non vedevamo l’ora di poter dare risposta:

“Come procedere se devo vuotare la coppetta mestruale Fleurcup nei bagni pubblici?”
Risposta: “Basta toglierla, vuotarne il contenuto nel wc, asciugarla con della carta igienica o un fazzoletto e riposizionarla. In questo caso, pulire la coppetta appena possibile. Come numerose donne, potrete anche prevedere una bottiglia d’acqua per sciacquare la coppetta mestruale Fleurcup con la massima discrezione. Ma sappiate che la maggior parte delle donne ha bisogno di vuotarla solo poche volte al giorno e ha quindi raramente bisogno di farlo nei bagni pubblici”.

Quando ho smesso di sgranare gli occhi ho dato un'occhiata alle opinioni (femminili, s'intende) postate in Rete e mi sono resa conto che, in realtà, in molte sono soddisfatte. Fleurcup è anche osannata in alcuni portali eco-maniaci.

Ebbene, no, non la proverò. Semplicemente mi chiedo se sia io a preferire sempre, comunque e dovunque le soluzioni tradizionali o se sia il resto del mondo a farsi trascinare nel baratro di qualsiasi oggetto abbia una qualche parvenza di novità......


Gheddafi è morto. Gheddafi ci mancherà

Alla fine Muammar Gheddafi è stato ucciso. Notizia prevedibile, ma che fa riflettere. Da mesi lo cercavano, intanto sulle sue città cadevano le bombe, intanto i suoi figli perdevano la vita, intanto il popolo perdeva case, familiari, tutto. Ora, forse, inizieranno a respirare in Libia.

Gheddafi la sua resistenza l’ha fatta, non c’è dubbio.

Sarà ricordato dal mondo come un altro dei dittatori finalmente caduti, sarà un’altra vittoria del cosiddetto Occidente democratico e dei suoi paladini, lo stesso Occidente che oggi vede i suoi figli scendere in piazza e manifestare – urlare – per riavere indietro la dignità, sotto forma di lavoro, sicurezze minime, sotto forma di futuro.

Gheddafi sarà ricordato come leader sanguinario, ma in fin dei conti tra lui e i capi politici del “nostro” mondo il rapporto era di amore-odio, non di odio cieco se non di amore spassionato.

Non fa testo l’accoglienza riservatagli da Silvio Berlusconi, nel 2009, quando Gheddafi diete sfoggio all’Italia di tutta la sua apparenza folkloristica. I due si abbracciarono, l’Italia e il mondo rimasero perplessi e oggi si rendono ancora più conto che la guerra, noi italiani, non l’abbiamo vissuta, anche se la Libia era un po’ anche “casa nostra”. Di certo era più casa nostra che dei francesi o degli americani, ma non abbiamo avuto tempo per pensarci abbastanza.

Leggo solo oggi la notizia di un lifting che Gheddafi si sarebbe fatto praticare nel suo bunker per cancellare 25 anni dalla sua faccia. Anestesia locale, i veri leader – o almeno quelli vecchio stampo - non vogliono perdere coscienza nemmeno per sembrare più belli e più freschi.

Fa sorridere anche questo, a distanza di anni dall’intervento, forse perché ai nostri occhi lo fa sembrare come i leader italiani, tutto fumo (plastica) e niente arrosto.

Gheddafi ne ha combinate di tutti i colori, ma rispetto ad un Saddam Hussein, oggi, ci sembra solo colore, piume, amazzoni, gingilli e palazzi dorati. Il suo carisma era pittoresco per noi, non guardavamo il volto del rais come si guarda con terrore il volto di un assassino. Non era come gli altri, era il Male ma meno assoluto.

E anche oggi che conosciamo i crimini da lui ordinati, alla fine, immaginandolo dentro una buca, coperto da una tunica colorata e con indosso i suoi occhiali da sole, che invoca “Non sparate, non sparate!”… bè, anche oggi Gheddafi ci sembra uscito da un cinepanettone, anche oggi ci viene da sorridere.

lunedì 17 ottobre 2011

Quando il black block si sente partigiano

Oggi mi fa molta rabbia leggere su Facebook frasi come “Siamo tutti black block” o “Siamo tutti partigiani”, associate senza pensare che sabato, in piazza a Roma, c’erano centinaia di persone che gridavano con tutte le loro forze e tutto il loro odio che il mondo va cambiato.

Cari partigiani del Terzo Millennio – se così vi piace definirvi – sappiate che non avete ucciso l’orgoglio della politica, né avete scomodato nessuno dalla sua poltrona. Avete danneggiato chi, come voi, è stanco e vuole lottare per cambiare le cose, chi come voi è precario, chi come voi si sente offeso, chi come voi ogni giorno si alza con la consapevolezza che domani potrebbe non avere un lavoro e nemmeno un sogno.

Siete proprio degli str…., più di quelli che volete combattere. Indossate anche le stesse scarpe firmate, tra l’altro. E volete pure voi il posto fisso e la pensione alta a 60 anni.

Se preferite la guerriglia perché allora non la organizzate per conto vostro? Perché non andate a spaccare le vetrine delle banche domani? Non avrete certo paura, voi.

Vogliamo che il Parlamento torni ad essere nostro? Benissimo, ma allora facciamo in modo che si svuoti e si riempia di facce che ci somigliano, non occorre bruciarlo.

Troppo comodo approfittare della brava gente, troppo comodo mescolarsi tra la folla e coprirsi la faccia. Troppo comodo anche entrare in chiesa e distruggere un crocifisso, là dove nessuno avrebbe mai risposto con violenza alla vostra violenza. Se non credete in niente tranne che all’anarchia, così come non volete che nessuno calpesti il vostro campicello, non invadete quello altrui e lasciate che ognuno creda in chi e cosa vuole. A Babbo Natale ci avrete creduto anche voi, no? E guai a chi ve lo toccava.

Ora che avete rubato la scena a chi tentava di far ascoltare ragioni che sono anche le vostre state meglio? Avete conquistato la vittoria?

Complimenti, mentre in tutti gli altri Stati ci si indigna contro i potenti, noi siamo i soli a doverci indignare anche con i nostri simili, quelli un po’ più trogloditi che non capiscono la gravità della situazione e preferiscono fare le primedonne.

martedì 11 ottobre 2011

d'ANNAzione del giorno: Giovanni DD come Umberto B. I nuovi poveri siamo noi

Leggo su Repubblica.it la storia di Giovanni, un operaio che ha dovuto lasciare la sua casa perché senza lavoro e senza soldi. E’ successo a Teramo, dove i dipendenti di un bar si sono accorti che, da tempo, quell’uomo che andava al mattino presto a prendere un cornetto e un caffè, sempre pagando, in realtà dormiva dentro una cabina per le fototessere.

Giovanni pagava sempre, non voleva essere aiutato, andava all’alba ad ordinare la colazione e andava via come chi un lavoro ce l’ha ed è costretto ad alzarsi presto. Non si sa cosa facesse tutto il giorno, probabilmente


Giovanni non ha perso la dignità, al punto che, un bel giorno, i dipendenti del bar – che intanto avevano riconosciuto dalle scarpe in quel nuovo clochard la stessa persona che vedevano ogni mattina al bancone – si sono accorti che i suoi piedi sanguinavano per via della posizione in cui Giovanni doveva rimanere tutte le notti. Seduto, senza la possibilità di sdraiarsi.vagava in attesa che, intorno alle 2, ogni sera il bar chiudesse. Perché Giovanni si vergognava di dormire lì dentro, in quella scatolina troppo calda o troppo fredda, non voleva che si sapesse, sperava di rialzarsi un giorno e, infatti, aveva provato a tappezzare la città di foglietti con scritto che c’era un imbianchino disponibile a ridare decoro alle pareti di qualsiasi casa. E un vecchietto l’aveva anche chiamato, ma quei pochi soldi non potevano certo bastare a lungo.

E’ dovuto intervenire il parroco per far sì che Giovanni si rassegnasse a lasciarsi aiutare.

Una storia strappalacrime, non c’è dubbio, di quelle che molti oggi tendono ad ignorare come se commuoversi davanti a certe vicende sia da deboli quanto commuoversi per un programma televisivo o una fiction.


Mi è venuta in mente la scena di un film che mia madre, più e più volte, mi ricorda come esempio della grandezza dei nostri registri italiani di un tempo. La realtà di oggi non dista granché dalla finzione. E dall’uscita di quel film sono passati quasi 60 anni.

venerdì 7 ottobre 2011

I giornalisti precari rivogliono la dignità (e paghe eque). Qualcuno ci ascolta?

“Giornalisti e Giornalismi”: si chiama così l’incontro in corso oggi a Firenze. Nella diretta streaming ho visto salire sul palco tanti giornalisti, giovani e meno giovani, ognuno con una propria storia che parla di precariato.

Mi sono sentita meno sola nella mia incaxxatura contro il sistema, su questo non ci piove. Ma il mio stato d’animo non è migliorato, in fin dei conti.

Sono centinaia - migliaia direi - i giornalisti che oggi scrivono per pochi euro ad articolo, che non possono pensare ad una famiglia perché non sono stipendi da mondo civile, che devono lottare per recuperare i soldi che spettano loro, che vivono da precari, che non sanno come fare a migliorare la propria sorte e, soprattutto, non si sentono affatto tutelati.

Molti di noi – perché di questa classe faccio parte – hanno già rinunciato, scegliendo di cambiare lavoro ed accontentarsi di una collaborazione ogni tanto. Ci sentiamo abbandonati, questa è la realtà. Per molti è il sogno di una vita che crolla, ma se non puoi fare un lavoro che ti piace, quello per cui sei nato, poi dopo un po’ non sei più te stesso, ti senti incompleto, sai che potresti dare tanto ma devi scegliere tra lavorare praticamente gratis o pagarti un affitto, la spesa e, se sei fortunato, una pizza al sabato sera.

Lo scorso giugno il precariato del mondo dei giornalisti ha ucciso Pierpaolo Faggiano, un collega pugliese di 41 anni che non ce l’ha fatta a sopportare le continue umiliazioni del suo lavoro. Bravo, competente, un sacco di complimenti per Pierpaolo, ma lui restava pur sempre povero, uno che con il suo lavoro non arrivava a fine mese e non per colpa sua. Cosa puoi fare quando sai di valere ma nessuno te lo riconosce?

Siamo in molti nella stessa situazione e sapere che qualcuno si è suicidato per questo fa salire il sangue al cervello. Eppure i giornalisti sono una razza strana, che raramente si unisce e scende in piazza, preferiscono lamentarsi ma guardarsi le spalle dai colleghi, nell’ansia che qualcuno li scalzi dalla poltroncina. Parlo dei “vecchi”, perché quelli della mia generazione raramente siedono da qualche parte.

Non a caso, qualche giorno fa crolla una palazzina a Barletta e tutti i titoli parlano dei 4 euro all’ora che prendevano le vittime, sepolte insieme alla maglieria dove lavoravano in nero. Tutti sconvolti questi giornalisti, questi direttori illustri, gli stessi che, quasi sicuramente, ospitano in redazione stagisti senza concedere un rimborso anche minimo e che sanno bene a quanto ammonta la paga ad articolo dei collaboratori esterni, tutti con contratti co co co, ammesso che ne abbiano uno.

E allora sapere che a Firenze se n’è parlato potrebbe essere una consolazione, ma non lo è. C’erano anche i rappresentanti dell’Ordine, come se avessero bisogno, prima di agire finalmente, di sentirsi raccontare le storie sfortunate dei precari. Dove sono i controlli agli editori? Quando si arriva con il malloppo di articoli per iscriversi nessuno chiede quanto si è stati pagati. L’importante è versare la tassa annuale, se ti senti sfruttato affari tuoi. Nessuno entra nelle sedi di giornali e tv per sapere quanti precari ci sono e quanto vengono pagati.

Ci sono compensi al di sotto dei quali non si può scendere e bisogna fare in modo che sia così. Punto. Ma non sono solo i giornalisti a dover rifiutare le “proposte indecenti”, è chi li tutela che dovrebbe iniziare a farlo sul serio, rimboccandosi le maniche, espellendo i fannulloni e facendo in modo che i più meritevoli facciano strada, gli altri a casa. D’altra parte è l’unico modo per fare in modo che la categoria intera non perda credibilità. E’ tanto complicato?

E se anche Rita Dalla Chiesa sembra impazzita...

Non ho mai guardato Forum con passione, è uno di quei programmi che lasci come sottofondo mentre fai le pulizie, mentre cucini o comunque mentre fai altro e ascolti distrattamente. Ogni tanto ti colpisce l’accento di qualche personaggio tirato fuori da un cilindro magico, ci ridi sopra uno o due minuti, ti vergogni per il pubblico che si altera a favore di questo o quel contendente, poi alla fine cambi canale e non ti resta nulla.

Ieri però, a quanto pare, ho perso un momento di altissima televisione.

Una delle cause vedeva contrapposti marito e moglie. Lui ha sorpreso lei a letto con il fratello (di lui) e ha pensato bene di dargliele di santa ragione. Ma proprio il marito tradito voleva un risarcimento per l’adulterio subito, chiesto però anche dalla moglie per il danno dovuto agli schiaffoni incassati.

Alla fine il giudice dà ragione al marito, ma la perla di saggezza arriva direttamente dalla bocca di Rita dalla Chiesa.

Premessa: Rita Dalla Chiesa è quella signora di mezz’età (o età avanzata?) che di solito comunica ad un pubblico di altrettante signore di mezz’età, presumo stanche casalinghe alle prese con le faccende domestiche; stiamo parlando di un volto rassicurante che entra nelle case degli italiani da anni e che, ultimamente, mostrava senza tregua il suo buon cuore persino per gli animali (cani soprattutto), di cui parla costantemente a Forum. Insomma, non una signora qualsiasi, ma una signora nota per le sue buone maniere e il suo prendere a cuore ogni causa.

Cito testualmente da un articolo del Corriere.it le parole di Rita Dalla Chiesa pronunciate ieri: “Due schiaffi a lei in confronto al danno morale che ha provato lui non sono niente”.

Ho letto questa frase 2 o 3 volte stamattina, proprio non riesco a giustificarla.

Sia chiaro, se trovi tua moglie a letto con tuo fratello non è che la ringrazi e le dici “brava, ti meriti anche una ricompensa”. Magari ti viene anche l’istinto di prenderla a schiaffi (siamo umani, no?), ma il fatto che lo dica una signora rispettabile, in un programma che vorrebbe essere educativo (?) è indicativo di qualcosa che non funziona. Il primo pensiero che mi viene in mente è che Rita è stanca, un po’ come Mike Bongiorno quando proprio non riusciva a contenere le sue sparate colossali.

Una donna che giustifica un uomo che picchia un’altra donna, a costo di sembrare eccessiva, lo ritengo allucinante.

Per carità, l’adulterio è il peggio che una moglie possa fare al proprio marito, ma “le donne non si toccano nemmeno con una rosa”, no? E nemmeno gli uomini, il problema è proprio che in tv non si dovrebbe incoraggiare chi utilizza le mani invece della lingua per risolvere i problemi.

Parliamo tanto di abusi, di donne che subiscono ogni sorta di vessazione tra le mura domestiche, parliamo di arretratezza di un certo pensiero che vuole ancora i mariti padroni, e poi riusciamo a dire che sì, in fondo due schiaffi se li meritava?!

E allora perché non prendere a schiaffi anche il fratello? Alla fine sarà mica la donna l’unica colpevole, traditrice e causa di un raggiro colossale ai danni del povero cognato?

Insomma, ecco l’ennesimo buon motivo per pensare che dal tunnel della tv spazzatura sarà sempre più difficile uscire…

giovedì 6 ottobre 2011

Thanks, Steve

Alla fine se n’è andato. Sapevamo che sarebbe successo e che sarebbe successo presto e in fretta. Era diventato magro, Steve, la malattia che non ha comunque nascosto lo stava divorando inesorabilmente, ma speravamo che si potesse eliminare per sempre premendo il tasto Canc o magari grazie ad un app che uccidesse le cellule cattive impossessatisi del suo corpo mortale. Del lavoro e della genialità di quest’uomo resterà moltissimo al mondo, il suo viso sarà probabilmente stampato su milioni di magliette e la sua Apple vivrà ancora a lungo.

Appena letta la notizia della morta di Steve Jobs ho pensato che, in questi anni, forse si sarà ripetuto un sacco di volte qualcosa come “In fin dei conti, ho fatto del mio meglio per il mondo, che altro potrei dare?”, ma nessuno vuole morire, nessuno si sente mai compiuto e credo, anzi, che lui avrebbe ancora potuto regalarci mille follie e mille invenzioni che avrebbero fatto la storia.

Resterà anche quella frase pronunciata agli studenti di Stanford: “Stay hungry, stay foolish”. Quell’”hungry” è il motore che deve far migliorare il mondo e che ci entra nella mente più del “foolish”, forse perché all’abbinamento “genio e sregolatezza” ci hanno abituati, rendendolo uno slogan ormai vuoto. Ma “hungry” è una sensazione fisica, un bisogno al quale non si può porre limiti o freni. La fame di conoscenza, l’avidità nell’assaporare il pane quotidiano, deve muovere il pianeta e il cervello dei giovani inventori che lo popolano.

Non si dovrebbero scrivere mai testi lunghi su un blog, ma questo discorso vale la pena di essere riportato dalla prima all’ultima parola. Thanks, Steve.

Sono onorato di essere qui con voi oggi, nel giorno della vostra laurea presso una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. A dir la verità, questa è l’occasione in cui mi sono di più avvicinato ad un conferimento di titolo accademico. Oggi voglio raccontarvi tre episodi della mia vita. Tutto qui, nulla di speciale. Solo tre storie.

La prima storia parla di “unire i puntini”.
Ho abbandonato gli studi al Reed College dopo sei mesi, ma vi sono rimasto come imbucato per altri diciotto mesi, prima di lasciarlo definitivamente. Allora perchè ho smesso?
Tutto è cominciato prima che io nascessi. La mia madre biologica era laureanda ma ragazza-madre, decise perciò di darmi in adozione. Desiderava ardentemente che io fossi adottato da laureati, così tutto fu approntato affinché ciò avvenisse alla mia nascita da parte di un avvocato e di sua moglie. All’ultimo minuto, appena nato, questi ultimi decisero che avrebbero preferito una femminuccia. Così quelli che poi sarebbero diventati i miei “veri” genitori, che allora si trovavano in una lista d’attesa per l’adozione, furono chiamati nel bel mezzo della notte e venne chiesto loro: “Abbiamo un bimbo, un maschietto, ‘non previsto’; volete adottarlo?”. Risposero: “Certamente”. La mia madre biologica venne a sapere successivamente che mia mamma non aveva mai ottenuto la laurea e che mio padre non si era mai diplomato: per questo si rifiutò di firmare i documenti definitivi per l’adozione. Tornò sulla sua decisione solo qualche mese dopo, quando i miei genitori adottivi le promisero che un giorno sarei andato all’università.

Infine, diciassette anni dopo ci andai. Ingenuamente scelsi un’università che era costosa quanto Stanford, così tutti i risparmi dei miei genitori sarebbero stati spesi per la mia istruzione accademica. Dopo sei mesi, non riuscivo a comprenderne il valore: non avevo idea di cosa avrei fatto nella mia vita e non avevo idea di come l’università mi avrebbe aiutato a scoprirlo. Inoltre, come ho detto, stavo spendendo i soldi che i miei genitori avevano risparmiato per tutta la vita, così decisi di abbandonare, avendo fiducia che tutto sarebbe andato bene lo stesso. OK, ero piuttosto terrorizzato all’epoca, ma guardandomi indietro credo sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso. Nell’istante in cui abbandonai potei smettere di assistere alle lezioni obbligatorie e cominciai a seguire quelle che mi sembravano interessanti.

Non era tutto così romantico al tempo. Non avevo una stanza nel dormitorio, perciò dormivo sul pavimento delle camere dei miei amici; portavo indietro i vuoti delle bottiglie di coca-cola per raccogliere quei cinque cent di deposito che mi avrebbero permesso di comprarmi da mangiare; ogni domenica camminavo per sette miglia attraverso la città per avere l’unico pasto decente nella settimana presso il tempio Hare Krishna. Ma mi piaceva. Gran parte delle cose che trovai sulla mia strada per caso o grazie all’intuizione in quel periodo si sono rivelate inestimabili più avanti. Lasciate che vi faccia un esempio:

il Reed College a quel tempo offriva probabilmente i migliori corsi di calligrafia del paese. Nel campus ogni poster, ogni etichetta su ogni cassetto, erano scritti in splendida calligrafia. Siccome avevo abbandonato i miei studi ‘ufficiali’e pertanto non dovevo seguire le classi da piano studi, decisi di seguire un corso di calligrafia per imparare come riprodurre quanto di bello visto là attorno. Ho imparato dei caratteri serif e sans serif, a come variare la spaziatura tra differenti combinazioni di lettere, e che cosa rende la migliore tipografia così grande. Era bellissimo, antico e così artisticamente delicato che la scienza non avrebbe potuto ‘catturarlo’, e trovavo ciò affascinante.

Nulla di tutto questo sembrava avere speranza di applicazione pratica nella mia vita, ma dieci anni dopo, quando stavamo progettando il primo computer Machintosh, mi tornò utile. Progettammo così il Mac: era il primo computer dalla bella tipografia. Se non avessi abbandonato gli studi, il Mac non avrebbe avuto multipli caratteri e font spazialmente proporzionate. E se Windows non avesse copiato il Mac, nessun personal computer ora le avrebbe. Se non avessi abbandonato, se non fossi incappato in quel corso di calligrafia, i computer oggi non avrebbero quella splendida tipografia che ora possiedono. Certamente non era possibile all’epoca ‘unire i puntini’e avere un quadro di cosa sarebbe successo, ma tutto diventò molto chiaro guardandosi alle spalle dieci anni dopo.

Vi ripeto, non potete sperare di unire i puntini guardando avanti, potete farlo solo guardandovi alle spalle: dovete quindi avere fiducia che, nel futuro, i puntini che ora vi paiono senza senso possano in qualche modo unirsi nel futuro. Dovete credere in qualcosa: il vostro ombelico, il vostro karma, la vostra vita, il vostro destino, chiamatelo come volete… questo approccio non mi ha mai lasciato a terra, e ha fatto la differenza nella mia vita.

La mia seconda storia parla di amore e di perdita.

Fui molto fortunato – ho trovato cosa mi piacesse fare nella vita piuttosto in fretta. Io e Woz fondammo la Apple nel garage dei miei genitori quando avevo appena vent’anni. Abbiamo lavorato duro, e in dieci anni Apple è cresciuta da noi due soli in un garage sino ad una compagnia da due miliardi di dollari con oltre quattromila dipendenti. Avevamo appena rilasciato la nostra migliore creazione – il Macintosh – un anno prima, e avevo appena compiuto trent’anni… quando venni licenziato. Come può una persona essere licenziata da una Società che ha fondato? Beh, quando Apple si sviluppò assumemmo una persona – che pensavamo fosse di grande talento – per dirigere la compagnia con me, e per il primo anno le cose andarono bene. In seguito però le nostre visioni sul futuro cominciarono a divergere finché non ci scontrammo. Quando successe, il nostro Consiglio di Amministrazione si schierò con lui. Così a trent’anni ero a spasso. E in maniera plateale. Ciò che aveva focalizzato la mia intera vita adulta non c’era più, e tutto questo fu devastante.

Non avevo la benché minima idea di cosa avrei fatto, per qualche mese. Sentivo di aver tradito la precedente generazione di imprenditori, che avevo lasciato cadere il testimone che mi era stato passato. Mi incontrai con David Packard e Bob Noyce e provai a scusarmi per aver mandato all’aria tutto così malamente: era stato un vero fallimento pubblico, e arrivai addirittura a pensare di andarmene dalla Silicon Valley. Ma qualcosa cominciò a farsi strada dentro me: amavo ancora quello che avevo fatto, e ciò che era successo alla Apple non aveva cambiato questo di un nulla. Ero stato rifiutato, ma ero ancora innamorato. Così decisi di ricominciare.

Non potevo accorgermene allora, ma venne fuori che essere licenziato dalla Apple era la cosa migliore che mi sarebbe potuta capitare. La pesantezza del successo fu sostituita dalla soavità di essere di nuovo un iniziatore, mi rese libero di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita.

Nei cinque anni successivi fondai una Società chiamata NeXT, un’altra chiamata Pixar, e mi innamorai di una splendida ragazza che sarebbe diventata mia moglie. La Pixar produsse il primo film di animazione interamente creato al computer, Toy Story, ed è ora lo studio di animazione di maggior successo nel mondo. In una mirabile successione di accadimenti, Apple comprò NeXT, ritornai in Apple e la tecnologia che sviluppammo alla NeXT è nel cuore dell’attuale rinascimento di Apple. E io e Laurene abbiamo una splendida famiglia insieme.

Sono abbastanza sicuro che niente di tutto questo mi sarebbe accaduto se non fossi stato licenziato dalla Apple. Fu una medicina con un saporaccio, ma presumo che ‘il paziente’ne avesse bisogno. Ogni tanto la vita vi colpisce sulla testa con un mattone. Non perdete la fiducia, però. Sono convinto che l’unica cosa che mi ha aiutato ad andare avanti sia stato l’amore per ciò che facevo. Dovete trovare le vostre passioni, e questo è vero tanto per il/la vostro/a findanzato/a che per il vostro lavoro. Il vostro lavoro occuperà una parte rilevante delle vostre vite, e l’unico modo per esserne davvero soddisfatti sarà fare un gran bel lavoro. E l’unico modo di fare un gran bel lavoro è amare quello che fate. Se non avete ancora trovato ciò che fa per voi, continuate a cercare, non fermatevi, come capita per le faccende di cuore, saprete di averlo trovato non appena ce l’avrete davanti. E, come le grandi storie d’amore, diventerà sempre meglio col passare degli anni. Quindi continuate a cercare finché non lo trovate. Non accontentatevi.

La mia terza storia parla della morte.

Quando avevo diciassette anni, ho letto una citazione che recitava: “Se vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, uno di questi c’avrai azzeccato”. Mi fece una gran impressione, e da quel momento, per i successivi trentatrè anni, mi sono guardato allo specchio ogni giorno e mi sono chiesto: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?”. E ogni volta che la risposta era “No” per troppi giorni consecutivi, sapevo di dover cambiare qualcosa.

Ricordare che sarei morto presto è stato lo strumento più utile che abbia mai trovato per aiutarmi nel fare le scelte importanti nella vita. Perché quasi tutto – tutte le aspettative esteriori, l’orgoglio, la paura e l’imbarazzo per il fallimento – sono cose che scivolano via di fronte alla morte, lasciando solamente ciò che è davvero importante. Ricordarvi che state per morire è il miglior modo per evitare la trappola rappresentata dalla convinzione che abbiate qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è ragione perché non seguiate il vostro cuore.

Un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Effettuai una scansione alle sette e trenta del mattino, e mostrava chiaramente un tumore nel mio pancreas. Fino ad allora non sapevo nemmeno cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che con ogni probabilità era un tipo di cancro incurabile, e avevo un’aspettativa di vita non superiore ai tre-sei mesi. Il mio dottore mi consigliò di tornare a casa ‘a sistemare i miei affari’, che è un modo per i medici di dirti di prepararti a morire. Significa che devi cercare di dire ai tuoi figli tutto quello che avresti potuto nei successivi dieci anni in pochi mesi. Significa che devi fare in modo che tutto sia a posto, così da rendere la cosa più semplice per la tua famiglia. Significa che devi pronunciare i tuoi ‘addio’.

Ho vissuto con quella spada di Damocle per tutto il giorno. In seguito quella sera ho fatto una biopsia, dove mi infilarono una sonda nella gola, attraverso il mio stomaco fin dentro l’intestino, inserirono una sonda nel pancreas e prelevarono alcune cellule del tumore. Ero in anestesia totale, ma mia moglie, che era lì, mi disse che quando videro le cellule al microscopio, i dottori cominciarono a gridare perché venne fuori che si trattava una forma molto rara di cancro curabile attraverso la chirurgia. Così mi sono operato e ora sto bene.

Questa è stata la volta in cui mi sono trovato più vicino alla morte, e spero lo sia per molti decenni ancora. Essendoci passato, posso dirvi ora qualcosa con maggiore certezza rispetto a quando la morte per me era solo un puro concetto intellettuale:

Nessuno vuole morire. Anche le persone che desiderano andare in paradiso non vogliono morire per andarci. E nonostante tutto la morte rappresenta l’unica destinazione che noi tutti condividiamo, nessuno è mai sfuggito ad essa. Questo perché è come dovrebbe essere: la Morte è la migliore invenzione della Vita. E’ l’agente di cambio della Vita: fa piazza pulita del vecchio per aprire la strada al nuovo. Ora come ora ‘il nuovo’ siete voi, ma un giorno non troppo lontano da oggi, gradualmente diventerete ‘il vecchio’e sarete messi da parte. Mi dispiace essere così drammatico, ma è pressappoco la verità.

Il vostro tempo è limitato, perciò non sprecatelo vivendo la vita di qualcun’altro. Non rimanete intrappolati nei dogmi, che vi porteranno a vivere secondo il pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui zittisca la vostra voce interiore. E, ancora più importante, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione: loro vi guideranno in qualche modo nel conoscere cosa veramente vorrete diventare. Tutto il resto è secondario.

Quando ero giovane, c’era una pubblicazione splendida che si chiamava The whole Earth catalog, che è stata una delle bibbie della mia generazione. Fu creata da Steward Brand, non molto distante da qui, a Menlo Park, e costui apportò ad essa il suo senso poetico della vita. Era la fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer, ed era fatto tutto con le macchine da scrivere, le forbici e le fotocamere polaroid: era una specie di Google formato volume, trentacinque anni prima che Google venisse fuori. Era idealista, e pieno di concetti chiari e nozioni speciali.

Steward e il suo team pubblicarono diversi numeri di The whole Earth catalog, e quando concluse il suo tempo, fecero uscire il numero finale. Era la metà degli anni Settanta e io avevo pressappoco la vostra età. Nella quarta di copertina del numero finale c’era una fotografia di una strada di campagna nel primo mattino, del tipo che potete trovare facendo autostop se siete dei tipi così avventurosi. Sotto, le seguenti parole: “Siate affamati. Siate folli”. Era il loro addio, e ho sperato sempre questo per me. Ora, nel giorno della vostra laurea, pronti nel cominciare una nuova avventura, auguro questo a voi.

Siate affamati. Siate folli.

martedì 4 ottobre 2011

d'ANNAzione del giorno: Vasco fa chiudere Nonciclopedia

Ieri mattina la notizia sembrava di quelle impossibili. “Hanno chiuso Nonciclopedia”. Come spesso accade, l’ho saputo da Facebook, dando la prima occhiata svogliata di inizio giornata a notifiche e messaggi.

E proprio da lì è partita la rivolta del popolo del Web contro quella che viene ormai additata come censura bell’e buona, senza scuse.

Tutti ormai sanno che la causa di tutto questo si chiama Vasco Rossi e, per fortuna, nemmeno i fan approvano (quelli che approvano credo abbiano capito che è il momento di tacere).

Mi chiedo allora come sia possibile che, di tutti i permalosi che avrebbero potuto imporre la chiusura di Nonciclopedia, proprio lui sia arrivato a tanto.

Sia chiaro, in Italia come altrove, i potenti che, grazie ad avvocati ricchi e brillanti, grazie al loro denaro e alla loro posizione, potrebbero far chiudere siti e blog schioccando le dita ce ne sono a decine. Ma finora – che io ricordi – un caso così eclatante non si era ancora visto, lasciando da parte i vari Luttazzi, Biagi, Santoro e compagnia bella, che però vivono – o, ahimé, vivevano – nel mondo della tv.

Vasco che non apprezza le critiche, le battute, lo scherzo, francamente fa molta tristezza. Ci eravamo abituati, in questi mesi, al Vasco malandato, che dalla clinica si ricorda dei fan e indirizza loro messaggi 2.0 approfittando della Rete. Oggi la satira, che non si è fermata, ci racconta un Vasco che non conosce affatto i meccanismi della comunicazione moderna, di Internet, e allora dà vita a questa spedizione punitrice contro un’innocente pagina, che in confronto alla sua chiusura sembra una marachella da bambini dell’asilo.

Nonciclopedia ci ha fatto sorridere per anni, se ne sono accorti anche i suoi bersagli preferiti, i politici e “la gente che conta”, nessuno avrebbe mai pensato di fare in modo che chiudesse. C’è chi non ha apprezzato certe battute – così si dice – ma le frasi incriminate sono state rimosse e il gioco è andato avanti. E’ vero, è una satira pesantina, non facile da digerire, a volte sopra le righe, ma non ha fatto male a nessuno.

Poi arriva lui, l’alternativo, quello che va contro le regole, il Vasco eroe di generazioni di pseudo ribelli, che decide che quello scherzo proprio non gli piace più e si prende la briga di intervenire, innescando come conseguenza lo sciopero di Nonciclopedia.

La risposta dei creatori, secondo me, è stata all’altezza della situazione, in linea perfetta con i toni utilizzati finora e che, oggettivamente, non fanno male più di un aeroplanino di carta fatto voltare in classe.

“Care lettrici, cari lettori, cari creditori

Nonciclopedia chiude a causa di una denuncia che Vasco Rossi ha sporto contro il sito.
Vasco Rossi si è sentito diffamato dalla pagina che lo riguardava.

Probabilmente si terrà un processo, al termine del quale quel brufoloso ragazzino quindicenne che ha scritto la pagina dopo essere stato picchiato dai suoi compagni di classe, adesso dovrà anche pagare gli alimenti al nullatenente Vasco Rossi.
Un uomo che ha vissuto l'esperienza della droga, l'esperienza del carcere, l'esperienza di stadi e folle che lo acclamavano, non poteva proprio sopportare l'idea di essere oggetto di satira su Nonciclopedia”.

Ogni tanto bisognerebbe ricordarsi che il nostro sogno deve essere un’Italia (ancora più) libera di pensare, scrivere, lamentarsi, agire, senza che qualcuno le imponga cosa pensare, cosa scrivere, di cosa lamentarsi e come agire. Troppo semplice fare i gradassi e scaricare le nostre frustrazioni su chi ci urta sulla metro, su chi è nero, su chi è debole, su chi ha i capelli viola, su chi non pota l’albero in giardino, su chi è diverso da noi e su chi è, semplicemente, un bersaglio facile. Eppure, con tutti i problemi che abbiamo, alla fine anche i più in vista, i vip, cedono alla tentazione di calpestare il prossimo come antistress.

Ci sarebbe da sperare in un “mea culpa”, ma forse è chiedere troppo.