giovedì 17 novembre 2011

d'ANNAzione del giorno: benvenuto al governo della terza età

Età media 63 anni.

I più giovani, Renato Balduzzi (Salute) e Corrado Passera (Sviluppo), hanno 56 anni.

L’età media del precedente governo era 52 anni.

E già ci sembravano vecchi.

La nuova squadra che guiderà l’Italia ci sembra talmente diversa da quella precedente che non ci va nemmeno di protestare perché è anzianotta e non rispecchia le nostre speranze di rinnovamento. Ma è l’età anagrafica che conta? Evidentemente no.

Ma intristisce pensare che nel nostro Paese le soddisfazioni lavorative arrivino più tardi che altrove e che i giovani, da noi, sono impegnati persino fino agli –anta a superare finalmente il gradino tra stage e contratto a progetto.

E’ triste, ma almeno sappiamo che il governo Monti ha decoro, è elegante, intelligente, non racconta barzellette. Anzi, parla poco, pochissimo.

Era l’ora che qualcuno si facesse ascoltare più per le sue pause che per il suo continuo schiamazzare.

lunedì 14 novembre 2011

Non c'è fango che tenga. Genova ricomincia

E Genova ricomincia. Dopo poco più di una settimana dall’ennesima alluvione, si stenta a credere che il fango sia stato vinto con tanta rapidità.

Mentre il governo era impegnato a cadere e la politica intera pensava a ben altri affanni, Genova si rimboccava le maniche e spalava, puliva, tentava di tornare alla normalità, dimenticata in fretta dai tg nazionali.

Ieri, passando per le vie del centro, davanti alla Stazione Brignole, lungo via Fiume, via XX Settembre, fino a Piazza della Vittoria, qualcuno avrebbe quasi potuto pensare che la tragedia fosse una brutta storia del tutto inventata. L’asfalto sta via via riprendendo il suo colore naturale, le aiuole sono asciutte, i treni viaggiano regolari e le auto si sono riprese le loro corsie. Molta gente è andata allo stadio a vedere la sua Samp, altra gente è uscita per il rituale giro della domenica.

Poi però passa un’ambulanza e tutti si voltano preoccupati. E davanti ai negozi si scopre che le persone in fila sono lì perché si sta cercando di svendere la poca merce alluvionata, ripulita a fatica e ridata alle vetrine o agli scaffali perché qualcuno potesse acquistarla anche in quelle condizioni.

Per i commercianti genovesi ora è importante proprio vendere quella merce, visto che l’alternativa è l’assenza di incassi. C’è poco da sentirsi in colpa dando loro qualche decina di euro per un paio di scarpe che ne costava 100 quando è l’unica cosa che potrebbe davvero aiutarli.

Resta il fatto che non è stata una domenica come le altre. Alla domenica i negozi sono chiusi, ieri quelli aperti ricordavano ai passanti le proprie condizioni e la forza di questa gente che è riuscita a ripartire con le proprie forze, con la consapevolezza che difficilmente arriveranno i fondi che potrebbero premere il tasto rewind e riportare tutto a prima dell’alluvione.

E’ impossibile non notare come tutto stia ripartendo a tempi da record. Qua e là si notano i grandi cassonetti di ferro che hanno raccolto cumuli di oggetti ormai da buttare. Sono semivuoti perché tutta quella che a Genova viene comunemente definita “rumenta” è ammucchiata in un altro punto della città, in Piazzale Kennedy. Siamo alla Foce, in un quartiere che porta un nome eloquente e che ospita, interrato, quel Bisagno che è finito sotto i riflettori durante l’alluvione. Proprio in corrispondenza del punto in cui le sue acque si riversano in mare oggi il piazzale è colmo di detriti, legname, oggetti di varia natura ormai irriconoscibili. E auto, tantissime auto che i proprietari possono andare a reclamare, ma che portano visibilissimi i segni del disastro. Una scena spettrale sotto gli occhi di tutti.

Infine, le parole. Mentre si scava per cercare di attribuire le responsabilità del caso e si sprecano ore a discutere di quali provvedimenti non siano stati messi in atto in tempo, i genovesi preferiscono sbrigarsela da soli. E così l’unico ringraziamento va agli angeli del fango, un nome retorico che richiama alla mente tutte le braccia che, nelle ore immediatamente successive all’alluvione, hanno permesso alla città di riavere una faccia e agli abitanti delle zone più colpite di tirare il fiato per un attimo. A loro va il Grazie dei genovesi, scritto a penna sui tanti fogli e cartelloni appesi alle vetrine. “Non c’è fango che tenga”, recita lo slogan sulla maglietta venduta in piccoli stand. Con un’offerta minima si può dare una mano e anche chi, come me, è lontano per lavoro può rendersi a suo modo utile, oltre che vicino con il cuore a chi ha perso tutto.

venerdì 11 novembre 2011

Il caso Saatchi - Tutta la verità


TITOLO: Il caso Saatchi

AUTORE: Aldo Brigaglia, Anna Tita Gallo

EDITORE: Tema

ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2011

ISBN: 9788 89 5505 114

PREZZO: 12,00 euro



SCHEDA DEL LIBRO

Una campagna pubblicitaria da 56 milioni di euro indetta dalla Regione Sardegna per promuovere l’immagine dell’isola in Italia e nel mondo. Una commissione di gara nella quale succedono anomalie che sembrano voler favorire l’agenzia Saatchi & Saatchi. Uno dei commissari, Aldo Brigaglia, che denuncia tutto e fa scoppiare il caso.

Il caso Saatchi è il più grande scandalo nella storia della Sardegna. Indagini, echi mediatici, terremoti politici, persino l’istituzione di una commissione di inchiesta del Consiglio regionale. E poi quattro processi, sorprendentemente conclusisi con la condanna dei diversi protagonisti e l’assoluzione del principale imputato.

Aldo Brigaglia ricostruisce qui, intervistato dalla giornalista Anna Tita Gallo, il resoconto dell’intera vicenda, rimettendo ordine in tutto ciò che le indagini e i processi hanno portato alla luce ma svelando anche alcuni risvolti inediti che aggiungono ulteriori sprazzi di verità a una brutta storia che ha disorientato la politica e l’opinione pubblica non solo regionale.

martedì 8 novembre 2011

Alluvione Genova: la città resiste, come 40 anni fa

E’ ormai passato qualche giorno dall’ennesima alluvione che ha colpito Genova. Ero lontana, a Milano, ero lontana anche l’anno scorso quando un’ondata di fango simile aveva mandato Sestri Ponente sott’acqua.

Noi genovesi siamo legati alla nostra città in maniera morbosa, l’ho pensato parecchie volte mentre su Internet vagavo da un sito all’altro nell’affannosa ricerca di notizia. Siamo legati ad ogni angolo, ad ogni muro screpolato, ad ogni aiuola, ad ogni insegna, anche a cose che non hanno valore storico, ai brutti palazzi degli anni Cinquanta e Sessanta che hanno accolto tanti genovesi in questi anni mentre la città cresceva.

Oggi siamo in tanti ad essere andati via, ad aver un po’ maledetto Genova per non essere stata capace di assorbirci tutti, noi lavoratori che viviamo con la valigia in mano per tornare a casa il più possibile.

Casa. Sarà sempre quella la nostra casa, quelle strade che oggi sono ancora coperte dal fango o, dove la fortuna è stata maggiore, sono ancora bagnate e ricordano che poteva andare ancora peggio. Ad andare sott’acqua sono state poche strade in confronto al labirinto di vicoli e vie che rende Genova ciò che è, ma quelle strade le abbiamo considerate nostre sin dal primo istante in cui la furia della natura ha scalzato l’uomo.

Colpisce al cuore la rabbia dei genovesi, il fatto che le lacrime versate in pubblico, sotto ai riflettori, siano state poche in confronto alla voglia di comprendere, di sapere non tanto chi ha provocato il disastro quando di cosa accadrà domani. Perché, in fondo, lo sanno già che passeranno mesi, anni probabilmente, prima che si metterà davvero mano ai fiumi che scorrono sotto la città e li si mettano in sicurezza. Tutti noi genovesi sappiamo in quale territorio sono costruite le nostre case, una in braccio all’altra, senza respiro, laddove il suolo ha concesso un minimo di spazio. Si fa presto a parlare di cementificazione selvaggia, bisognerebbe fare un giro a Genova per rendersi conto che l’intera città – e l’intera Liguria – non è stata edificata su basi a prova di calamità naturale.

Resta il fatto che la tragedia ci ha tenuti incollati al Web e che, ancora una volta, il Web è stato testimone del disastro, ha dato l’allarme. Anche grazie ai media locali, minuto dopo minuto i genovesi hanno fornito informazioni sulle condizioni delle strade in cui abitano. Siamo il popolo di Facebook e Twitter, no? E allora la voglia di comunicare, di essere in contatto con chi vive le stesse identiche paure diventa lo scopo primario. Forse qualcuno si è salvato grazie al progresso, non è uscito per fare la spesa, ha chiamato i figli per dire loro di rincasare subito, non ha lasciato il marito pensionato andare al bar a fare la solita partitella a briscola.

Posso soltanto immaginare l’ansia di chi ha visto in un attimola strada sotto alla finestra riempirsi di fango, detriti, auto, cassonetti galleggianti, magari pensando ai propri cari usciti qualche ora prima, sperando fossero al riparo magari in un androne dove qualcuno ha trovato la morte. Una morte tremenda, che nel 2011 non dovrebbe nemmeno essere concepibile.

Non dovrebbe esserci tempo per le polemiche, eppure sono scattate immediatamente. Il capro espiatorio, come di rito, è il sindaco, la stessa Marta Vincenzi, che – seppur con pregi e difetti, come qualsiasi essere umano – non si può accusare di non vivere di persona la città. Ha cuore, Marta. Questo i genovesi, anche quelli che non la possono soffrire, lo devono ammettere. Credo sia perché è una donna. Vive le cose senza quel distacco che spesso la politica si ostina ad avere. Non so quanti sarebbero andati a farsi insultare in mezzo ai cittadini sepolti sotto il fango, che avevano appena perso una casa, un negozio, un familiare, un amico. Le avevano detto di dare l’Allerta2 e così ha fatto. Troppo poco quel 2, ma in fondo se sei un sindaco dovresti poterti fidare di chi di circonda e ha le competenze per darti buoni consigli. O no? Certo, alla fine tu, sindaco, pagherai per tutti, ma è ovvio che ti stupisca se chi avrebbe dovuto avvertirti del disastro imminente se l’è cavata ricordandoti che sarebbe caduta una pioggerellina innocua come tante altre volte. Bastava chiudere qualche parco e ricordare alla gente che, in questi casi, forse è meglio evitare di spostarsi in auto? No, ma questo lo sappiamo adesso, come sappiamo che qualche imbecille non ha colto la gravità della situazione o non ha studiato abbastanza da saper leggere correttamente le cartine meteo e ricoprire la posizione che occupa.

Tra l’altro la polemica, oltre ai politici, ha coinvolto persino Luciana Littizzetto che ha osato provare a strapparci un sorriso poco dopo la catastrofe. Chissà se domani qualcuno sarà capace di prendersela non con l’anello della catena più vicino ma con i veri responsabili di quanto accade ogni giorno in Italia.

Il segreto sarebbe quello di non dimenticare, di non lasciare che la Liguria frani ancora e che ogni temporale d’ora in poi ci terrorizzi. Servono i fondi che non ci sono, servono teste pensanti e non architetti di fama internazionale che sperano di poter tramutare le nostre città in opere d’arte. Non ce ne frega nulla del domani se siamo tornati a ieri, se dobbiamo guardare le nostre case e chiederci se non sia più sicuro dormire in un castello di sabbia in riva al mare.

Intanto, piove. Sul bagnato.