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lunedì 14 novembre 2011

Non c'è fango che tenga. Genova ricomincia

E Genova ricomincia. Dopo poco più di una settimana dall’ennesima alluvione, si stenta a credere che il fango sia stato vinto con tanta rapidità.

Mentre il governo era impegnato a cadere e la politica intera pensava a ben altri affanni, Genova si rimboccava le maniche e spalava, puliva, tentava di tornare alla normalità, dimenticata in fretta dai tg nazionali.

Ieri, passando per le vie del centro, davanti alla Stazione Brignole, lungo via Fiume, via XX Settembre, fino a Piazza della Vittoria, qualcuno avrebbe quasi potuto pensare che la tragedia fosse una brutta storia del tutto inventata. L’asfalto sta via via riprendendo il suo colore naturale, le aiuole sono asciutte, i treni viaggiano regolari e le auto si sono riprese le loro corsie. Molta gente è andata allo stadio a vedere la sua Samp, altra gente è uscita per il rituale giro della domenica.

Poi però passa un’ambulanza e tutti si voltano preoccupati. E davanti ai negozi si scopre che le persone in fila sono lì perché si sta cercando di svendere la poca merce alluvionata, ripulita a fatica e ridata alle vetrine o agli scaffali perché qualcuno potesse acquistarla anche in quelle condizioni.

Per i commercianti genovesi ora è importante proprio vendere quella merce, visto che l’alternativa è l’assenza di incassi. C’è poco da sentirsi in colpa dando loro qualche decina di euro per un paio di scarpe che ne costava 100 quando è l’unica cosa che potrebbe davvero aiutarli.

Resta il fatto che non è stata una domenica come le altre. Alla domenica i negozi sono chiusi, ieri quelli aperti ricordavano ai passanti le proprie condizioni e la forza di questa gente che è riuscita a ripartire con le proprie forze, con la consapevolezza che difficilmente arriveranno i fondi che potrebbero premere il tasto rewind e riportare tutto a prima dell’alluvione.

E’ impossibile non notare come tutto stia ripartendo a tempi da record. Qua e là si notano i grandi cassonetti di ferro che hanno raccolto cumuli di oggetti ormai da buttare. Sono semivuoti perché tutta quella che a Genova viene comunemente definita “rumenta” è ammucchiata in un altro punto della città, in Piazzale Kennedy. Siamo alla Foce, in un quartiere che porta un nome eloquente e che ospita, interrato, quel Bisagno che è finito sotto i riflettori durante l’alluvione. Proprio in corrispondenza del punto in cui le sue acque si riversano in mare oggi il piazzale è colmo di detriti, legname, oggetti di varia natura ormai irriconoscibili. E auto, tantissime auto che i proprietari possono andare a reclamare, ma che portano visibilissimi i segni del disastro. Una scena spettrale sotto gli occhi di tutti.

Infine, le parole. Mentre si scava per cercare di attribuire le responsabilità del caso e si sprecano ore a discutere di quali provvedimenti non siano stati messi in atto in tempo, i genovesi preferiscono sbrigarsela da soli. E così l’unico ringraziamento va agli angeli del fango, un nome retorico che richiama alla mente tutte le braccia che, nelle ore immediatamente successive all’alluvione, hanno permesso alla città di riavere una faccia e agli abitanti delle zone più colpite di tirare il fiato per un attimo. A loro va il Grazie dei genovesi, scritto a penna sui tanti fogli e cartelloni appesi alle vetrine. “Non c’è fango che tenga”, recita lo slogan sulla maglietta venduta in piccoli stand. Con un’offerta minima si può dare una mano e anche chi, come me, è lontano per lavoro può rendersi a suo modo utile, oltre che vicino con il cuore a chi ha perso tutto.

venerdì 27 maggio 2011

"Fincantieri non deve chiudere". Si torna in piazza















Questa mattina non importano i dati della Questura sul numero dei presenti in piazza. Importa solo che tra i manifestanti ci sono anche i negozianti che hanno tenuto abbassate le saracinesche, le istituzioni, le mogli, le madri, i ragazzi che non sono andati a scuola, gli impiagati di Elsag e Piaggio, tutti stretti attorno agli operai della Fincantieri, che rischiano di perdere un posto di lavoro che per loro è la vita.

Hanno 30, 40, 50 anni e l’unica domanda che si pongono è “cosa farò domani se mi licenzieranno?”. Se lo chiedono in molti in Italia, ammesso che un lavoro lo abbiano. Se lo chiede la generazione prima della mia, perché la mia un lavoro nel vero senso della parola ormai lo sogna soltanto. Se lo chiede quella generazione che ha vissuto il Sessantotto, che l’ha spiegato ai propri figli. Ma non tutti, tra quelli che oggi sono in piazza, hanno figli.

In molti continuano a ripetere ai microfoni dei giornalisti che magari hanno 35 anni e vivono a casa dei genitori, che vorrebbero una famiglia loro, che hanno un partner ma non il denaro e la stabilità – cioè un contratto sicuro – per avere il coraggio di mettere al mondo un figlio.

Non è certo consolante ma, per fortuna, in tutto il mondo, si torna nelle piazze, anche grazie a Internet. Eppure, oggi a Sestri Ponente non c’entrano i messaggi rimbalzati in Rete, c’entra solo una voglia antica di far sentire la propria voce, di uscire dalle fabbriche per gridare i propri diritti.

Era la “Ferrari italiana nel mondo”, l’industria cantieristica genovese. A dirlo è stato un operaio, durante uno dei comizi che si sono succeduti, entrato a lavorare alla Fincantieri tanto tempo fa. E un altro, intervistato poco dopo, gli fa subito eco: “A Genova sono arrivati da tutto il mondo per imparare a costruire le navi”.
Una signora interviene poi in diretta alla trasmissione di un’emittente tv locale. “Ho 80 anni, ho vissuto in tempo di guerra, la mia famiglia è stata anche toccata dalla guerra... ma questa è guerra”, dice con amarezza.

E’ tempo di cambiare. Rivoluzione, sciopero, manifestazione, semplice protesta, possiamo chiamarla in qualsiasi modo e agire in mille modi, ma il segnale resta lo stesso: è la voglia di riprenderci la dignità a prevalere. E c’è da scommettere che in piazza saremo, di nuovo, sempre di più.

Per la cronaca, stamattina a Sestri c’erano 5 mila persone, precedute da un corteo di 50 taxi. Forse i numeri non bastano a farsi sentire, ma la dicono lunga sull’aria che si respira.