Visualizzazione post con etichetta donne. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta donne. Mostra tutti i post

venerdì 11 maggio 2012

d’ANNAzione del giorno: donne, impariamo ad urlare


Da quelle parti ci passavo anche io tutti i giorni fino a poco tempo fa. Scendevo dalla metro a Porta Romana, poche centinaia di metri a piedi e arrivavo in ufficio. Una zona centrale, della “Milano bene”, di quelle zone in cui non ti aspetti certo di incontrare tra la folla lo sguardo di uno stupratore. Il problema è che, sotto sotto, siamo tutti un po’ legati alle teorie di Lombroso e allora ci immaginiamo qualcuno non proprio di bell’aspetto, uno straniero solitamente, che non ispira fiducia nemmeno a prima vista. E invece il mostro è spesso carino, insospettabile. O il mostro è in casa, è un parente, o un amico.
A Milano è successo di nuovo qualche giorno fa ad una ragazzina. 13 anni. Lei scende dalla metro in piazzale Medaglie d'Oro, lui la segue già da un po’. Quando lei entra nel portone di casa, in una giornata da lupi (piove a catinelle) lui estrae la sua pistola giocattolo e le chiede di salire in casa. Lei risponde che ci sono i suoi genitori e allora la violenza si consuma lì accanto, in uno spazio vicino all’ingresso del palazzo.
Sembra incredibile. Nessuno vede, nessuno sente, come nella maggior parte dei casi. Non sappiamo se la ragazzina abbia urlato o reagito ma ora sappiamo chi è il mostro. E’ Luigi Terranova, è un imprenditore, si sposta tra Milano e Firenze per lavoro. Ha 30 anni. Mi verrebbe da chiedere a qualche  mio amico se ha mai pensato anche lontanamente di fare una cosa del genere, perché ormai non c’è di che stupirsi.
A Milano stava succedendo ancora ad una maestra 26enne, stavolta era un pizzaiolo marocchino ubriaco. Per non parlare della povera Vanessa, che in Sicilia è stata uccisa dal suo ragazzo perché avrebbe (avrebbe!) pronunciato il nome dell’ex durante un momento di intimità.
Le molestie sono all’ordine del giorno. Accade spesso sui mezzi pubblici e chissà quante donne non aprono bocca, non segnalano agli autisti o ai carabinieri di essere state oggetto di “attenzioni insistenti” da parte del solito molestatore. A volte forse non diamo troppo peso alla cosa. Resta il fatto che le donne siano ancora oggi, nel 2012, un bersaglio facile. E’ una condizione immutabile. Siamo inferiori dal punto di vista fisico, inutile negarlo, e se un uomo vuole farci del male raramente riusciremo a vincere. C’è chi riesce a scappare, urlare, divincolarsi, ma ancora oggi abbiamo paura di uscire la sera, di tornare tardi dal lavoro e girare da sole.
Poi in molti casi sono piccolezze. Una mano sul sedere, un gomito che si allunga troppo, magari anche solo una parola in più che può condizionare la nostra giornata. La tragedia è che la maggior parte delle volte non reagiamo. Lasciamo correre. E invece ad ogni minima violenza, psicologica soprattutto, dovremmo alzare la voce, reagire. Credo sia un’arma contagiosa, questa. Credo che vedere una donna in metro che sputtana il palpeggiatore di turno sia la molla che faccia scattare nella prossima donna l’istinto a ribellarsi.
Dovrebbero insegnarcelo le nostre madri a fare così, a dirci che non siamo l’oggetto di nessuno e che nessuno ha il diritto di trattarci come tali. “Una donna non si tocca neanche con un fiore”, dicevano le nostre nonne. Ed è così che deve essere. Urliamo più forte. E teniamoci d’occhio l’un l’altra quando siamo per strada.

mercoledì 29 febbraio 2012

Gleeden.com: il tradimento ci renderà libere?

Essere fedeli a due uomini significa essere due volte più fedeli. L’ho letto in un’affissione che compare in formato gigante nelle pensiline di Milano vicino a dove lavoro.

Nella creatività (che originalità…) c’è soltanto una mela, ma è chiaramente rivolta alle donne. O tenta di ricordare agli uomini che anche la propria dolce metà, quella che stira loro le camicie e prepara la cena, quella che mette a posto i loro calzini lamentandosi o li insulta per aver lasciato il lavandino sporco di dentifricio, proprio lei, potrebbe avere una vita parallela.

Il team ‘composto da sole donne’ di Gleeden.com ha pensato a questa campagna per sottolineare quanto la ricerca di una nuova avventura d’amore al di fuori del proprio matrimonio sia diventata un’esigenza anche femminile – si legge qui su quello che è un sito di incontri extraconiugali - Sempre più donne iscritte a Gleeden.com dall’inizio del 2012: il gentil sesso rappresenta il 37% degli iscritti alla community di persone sposate. Gleeden ha pensato a tutto per rendere il sito il più vicino possibile alle nuove esigenze delle donne sposate. Completamente gratuito per le donne assicura una moderazione esigente per garantire degli incontri sicuri”.

A quanto pare, il sito è già di successo. La campagna è un modo di festeggiare i 50 mila iscritti nella sola Milano ma nel mondo se ne contano oltre 1.100.000. L’Italia, per la cronaca, è al secondo posto dopo la Francia proprio per numero di frequentatori del sito. Nulla in contrario, il tradimento è nato insieme all’uomo.

Ma ci sono alcuni punti che proprio non mi vanno giù. Non è tanto l’incitamento a tradire, ognuno spero sia capace di decidere da sé, sebbene mi chieda se sia un comportamento da incoraggiare e da promuovere come simbolo del valore di una donna e della sua capacità di decidere finalmente della propria vita. Mi sembra un po' antico pensare che il tradimento sia una prerogativa dell'uomo, questo è il punto.

E’ il loro business in ogni caso, per nulla velato, e poi sappiamo tutti che oggi l’amante si cerca sempre di più online, no? Ma è quell'inquadrare il tradimento quasi come riscatto per una donna che trovo esagerato.

Quello che mi lascia più perplessa è che questa considerazione verso le donne, sia quella di altre donne. “Gleeden ha pensato a tutto per rendere il sito il più vicino possibile alle nuove esigenze delle donne sposate”: questa frase proprio non la digerisco. “Esigenza”…? noi donne abbiamo l’esigenza di realizzarci, di vivere a pieno famiglia, lavoro, hobby, figli e amicizie, ma tradire non la definirei un’esigenza. Un bisogno – anche solo fisico – magari, ma non per tutte è così e va rispettata anche l'altra fetta di donne che non tradisce, la stessa che poi Gleeden.com sta cercando di catturare.

Considerando poi quante donne hanno esigenze molto più pressanti lo trovo quasi un insulto a tutte coloro che, come me, passano davanti ad una pensilina e pensano a come arrivare alla fine del mese, a come progettare il proprio futuro e – guarda un po’ – a che regalo potrà davvero rendere felice la persona che amano e che non tradirebbero mai. Siamo fedeli la metà o siamo fedeli al 100%? Forse era il caso di domandare invece che di affermare.

venerdì 3 febbraio 2012

Cinema: locandine sessiste per Les Infideles. Abile mossa o fregati dallo stereotipo?

Ci sono manifesti, slogan, immagini, scene che immediatamente ci fanno dire “no, inaccettabile!”, che troviamo di cattivo gusto, volgari, sessiste, da bloccare immediatamente. E ce ne sono altre, come questa, che lasciano prima qualche minuto per riflettere.

E’ la locandina del film Les Infidèles, che procedendo per episodi racconta l’infedeltà maschile. Dietro la macchina da presa si alternano sette registi, tra cui Jean Dujardin, nominato agli Oscar per The Artist come miglior attore.

Detto questo, la locandina non si spiega comunque.

“Infedeltà” ci fa venire in mente mille scene, mille situazioni, mille protagonisti, ma credo che una fellatio senza contorno alcuno proprio non sia la prima ipotesi che scatta nel cervello umano. Una fellatio può essere un modo di tradire, ma lo è anche un bacio, un rapporto completo, tante cose che però senza il giusto sfondo non richiamano immediatamente il tradimento.

Togliamo il titolo del film dalla locandina. La posizione dei due protagonisti ispira “tradimento”? No, decisamente. O comunque non solo. Non inequivocabilmente.

La donna è di spalle, ne vediamo soltanto lo chignon e le braccia che si arrampicano sul corpo di lui (è Gilles Lelouche), vestito, in camicia bianca e completo scuro, con tanto di cravatta spostata e incastrata sapientemente per non penzolare – presumo – sulla testa di lei.

L’espressione di lui poi è tutta un programma. Cellulare in mano, faccia fiera (ma non soddisfatta, non è legata all’azione di lei), indice nell’orecchio per non sentire rumori esterni (quali? lei non sta certo parlando né tanto meno urlando per ovvii motivi), sguardo fisso su di noi.

Il titolo del film è proprio sulla testa di lei, quasi ad escluderla dalla scena, a renderla secondaria, eppure è proprio lei che – seguendo lo stesso titolo – rende infedele lui. Lo è anche lei? Non si sa, il protagonista qui è lui, sappiamo per certo che lui è infedele, lei potrebbe essere un’altra, una qualsiasi, sposata o no. O magari lui ha una gran faccia tosta e sta tradendo lei con una seconda donna al telefono (in realtà è al telefono con Couper, le sue parole sono in alto: "Ca va Couper, je rentre dans un tunnel"), oppure ancora al telefono c’è la moglie (ma allora sarebbe lui a dover evitare di far rumore, non dovrebbe preoccuparsi di sentire al meglio ciò che lei dice tappando l’orecchio libero). Eppure il titolo parla al plurale, dov’è la faccia altrettanto fiera degli altri “infideleS”?

Non sappiamo nulla della trama guardando soltanto la locandina.

Riflettiamo. Perché le parti non sono invertite? Logico, perché è il ruolo della donna ad essere standardizzato. E’ la donna che compie un rapporto orale, è il classico dei classici. Il contrario non avrebbe avuto effetto? Chiedo.

La risposta la dà una seconda locandina, i cui compare proprio Dujardin. A parti invertite, di lei si vedono solo i tacchi rossi e nulla dal ginocchio in su. Evidentemente no, non avrebbe avuto effetto. E ciò che sta per fare lui non è altrettanto inequivocabile, non è certo come nella prima locandina.

Ok, è il lui della situazione il protagonista, ma un viso femminile gli avrebbe rubato la scena? Sarebbe stato meno “infidele” se avesse “reso omaggio” alla sua amante?

Ed eccoci al quesito iniziale: la locandina può essere accettabile? No. Anche se non proviamo ribrezzo, anche se non proviamo immediatamente rabbia percependo la donna come secondaria e sottomessa. Personalmente, non mi dà fastidio guardarla. Ma è ovvio che sarebbe stata bloccata senza pensarci troppo. I creativi e chi ne ha autorizzato la diffusione forse non lo immaginavano?

E’ un’abile mossa, tutto qua. Ci metto la mano sul fuoco. E mi sorprendo soltanto di tutti quelli che oggi dicono che la corsa all’Oscar di Dujardin è seriamente compromessa…

giovedì 1 dicembre 2011

"Togliete i libri alle donne e torneranno a fare figli"

La Harvard Kennedy School of Government ha messo nero su bianco che «le donne con più educazione e più competenze sono più facilmente nubili rispetto a donne che non dispongono di quella educazione e di quelle competenze».
E il ministro conservatore inglese David Willets, ha avuto il coraggio di far notare che «più istruzione superiore femminile» si traduce in «meno famiglie e meno figli». Il vero fattore fertilizzante è, quindi, la bassa scolarizzazione e se vogliamo riaprire qualche reparto maternità bisognerà risolversi a chiudere qualche facoltà.
Così dicono i numeri: non prendetevela con me.

Lo scrive Camillo Langone su Libero, in un articolo che ha fatto il giro del Web in poche ore e si è guadagnato l’ira di centinaia di utenti. Di molte donne, certo, ma anche di un’infinità di uomini.

Perché, dunque, noi donne non facciamo figli?

Langone sembrerebbe rispondere che siamo diverse dalle nostre nonne (che 3 o 4 figli li sfornavano di sicuro) e dalle donne di Paesi come l’Iran e il Niger perché abbiamo studiato troppo.

Il paese più prolifico del pianeta è il maomettano Niger (7,68 figli per donna) ma subito dopo, nella classifica della fecondità, si trova la cristiana Uganda. Quindi la religione conta poco o nulla, e a riprova ecco l’Iran, precipitato anch’esso sotto la soglia di sostituzione nonostante veli e ayatollah. Che allora convenga diventare induisti? Macché: in molte zone dell’India ancora all’apparenza prolifica il tasso di fecondità sta crollando. Oppure buddisti? Niente da fare: i thailandesi si vanno estinguendo a ritmi europei. Comunisti? Peggio che andar di notte, a Cuba si fanno meno figli che nella decadente Olanda. Se non è la religione, se non è l’ideologia, qual è il vero fattore fertilizzante?

Non c’entra la religione, dice Langone, ma guarda caso chiama in causa l’ideologia politica, un fattore che persino un bambino escluderebbe. Come si può pensare anche lontanamente che un’ideologia potrebbe costringere le donne a non fare figli? Parliamo di noi donne italiane ed europee, occidentali se preferiamo, perché siamo noi l’oggetto del Langone-pensiero.

Ho provato in tutti i modi a capire dove Langone volesse andare a parare, ho provato a capirlo, a non farmi influenzare dalla marea di commenti drastici al suo pezzo. Ma proprio non ce la faccio.

Io una spiegazione diversa l’avrei, l’unica a cui non ha pensato. Basta dare un’occhiata al ruolo professionale che la donna ha saputo ritagliarsi nei decenni. Ha conquistato “il potere”, per dirla con un linguaggio maschilista, e l’ha fatto combattendo contro quello che sembrava un diritto scontato per il maschio: occupare le posizioni di comando, prevalere sulla donna in tutto e per tutto, non per merito ma per nascita.

E, infatti, ancora oggi se nasci donna avrai quasi certamente un salario più basso di un uomo che ricopre la tua stessa posizione, in più dovrai mettere in campo tutte le tue doti e diventare multitasking perché casa tua non diventi una stalla, per pensare al tuo partner, a lavargli e stirargli la camicia pulita, preparargli la colazione e la cena. E a quel punto, se arrivano i figli, sei uno straccio.

Ecco perché molte donne non fanno figli o li fanno tardi. Poi con la crisi la situazione è peggiorata. Quando non porti a casa nemmeno 1000 euro al mese, devi pagare un affitto e tuo marito è precario o cassintegrato, quando devi tornare a vivere dai tuoi perché non arrivi a fine mese… come caspita può venirti in mente di procreare?

E’ vero, non facciamo figli perché siamo intelligenti. Non facciamo figli perché li amiamo ancora prima di concepirli e non vorremmo mai che la nostra incoscienza ci facesse mettere al mondo un esserino innocente alle prese con i guai della vita ancora prima di imparare a sorridere. Di sicuro il problema non è che dovremmo mantenerli a vita o che non ci piace fare i genitori.

Aspettiamo e basta. E lo desideriamo un figlio ogni giorno, eccome se lo desideriamo.

Caro Langone, spero che almeno una donna che abbia scritto un articolo di replica alle tue (lecite, per carità) opinioni sia pagata più di te. Lo spero, ma – chissà come mai - dubito.

giovedì 20 ottobre 2011

Fleurcup: nuove idee per donne moderne

Ogni tanto compaiono su Facebook pubblicità spiazzanti. Non è certo la prima volta, ma questa è degna di nota.

Il prodotto si chiama FleurCup, sul sito che lo presenta (fleurcup.com) dicono sia una “coppetta mestruale”. Senza scendere nei particolari – anche perché si possono persino scaricare le istruzioni – è una specie di scodella a forma di campana che s’inserisce e raccoglie i fluidi scongiurando quindi inutili ed inopportuni spargimenti di sangue…

Sempre secondo le istruzioni, per essere inserita si può piegare in vari modi, potete creare addirittura un simpatico origami.

“Sicura, affidabile, pratica, comoda, economica, ecologica e... sensuale”, dicono. Sensuale?

E tra le FAQ ne spicca una a cui tutte noi donne non vedevamo l’ora di poter dare risposta:

“Come procedere se devo vuotare la coppetta mestruale Fleurcup nei bagni pubblici?”
Risposta: “Basta toglierla, vuotarne il contenuto nel wc, asciugarla con della carta igienica o un fazzoletto e riposizionarla. In questo caso, pulire la coppetta appena possibile. Come numerose donne, potrete anche prevedere una bottiglia d’acqua per sciacquare la coppetta mestruale Fleurcup con la massima discrezione. Ma sappiate che la maggior parte delle donne ha bisogno di vuotarla solo poche volte al giorno e ha quindi raramente bisogno di farlo nei bagni pubblici”.

Quando ho smesso di sgranare gli occhi ho dato un'occhiata alle opinioni (femminili, s'intende) postate in Rete e mi sono resa conto che, in realtà, in molte sono soddisfatte. Fleurcup è anche osannata in alcuni portali eco-maniaci.

Ebbene, no, non la proverò. Semplicemente mi chiedo se sia io a preferire sempre, comunque e dovunque le soluzioni tradizionali o se sia il resto del mondo a farsi trascinare nel baratro di qualsiasi oggetto abbia una qualche parvenza di novità......


giovedì 3 marzo 2011

Ci sono donne e donne, pubblicità e pubblicità, uomini e uomini



Ormai parlano tutti della maxiaffissione con lo scatto di Terry Richardson realizzato per Silvian Heach. Sempre nella stessa campagna, un altro soggetto raffigura due ragazzine con un ghiacciolo (una specie di calippo di evidente forma fallica) che ammiccano provocanti. L’occhio cade proprio lì, su quelle affissioni XXL, non c’è dubbio. A Genova il Comune è riuscito a farsi prendere in giro, spostando leggermente l’attenzione grazie ad una risata, non accorgendosi che la celebre modella con il sedere al vento era stata piazzata proprio accanto all’invito con cui si raccomanda di fare shopping in città. Sono arrivate le scuse ufficiali, ma ormai la gaffe era stata fatta.

Solita domanda: che effetto fa un soggetto del genere? Personalmente, per di più in questo periodo, nessun effetto. Per quanto mi riguarda, l’idea che mi faccio in questi casi è che il brand non abbia sex appeal e allora sfrutti quello di un pezzo di carne in bella mostra. Sia chiaro, il nome del marchio io l’ho dovuto cercare per l’ennesima volta perché non mi è venuto ancora in mente. Ignoranza, direte voi. E allora controbatto immediatamente: non è la pubblicità a dovermi fissare in testa di comprare proprio quel vestito, quella borsa, quelle scarpe? Se è così, per quanto mi riguarda, ha fallito in pieno. Certo, ne sentirò parlare ancora parecchio e, volente o nolente, quel brand lo ricorderò.

In compenso, ho aguzzato ancora di più la vista. Mi è capitato tra le mani Vanity Fair, il numero del 2 marzo. Tra le lettere della posta al direttore, eccone una che mi ha colpito. “Dalla copertina all’ultima pagina, il vostro giornale è pieno di belle donne in pose sexy, con abiti provocanti. Essendo questa, immagino, una rivista prevalentemente dedicata alle donne, secondo lei le donne si sentono rappresentate da questi modelli? O forse, visti anche i tempi che corrono, servirebbero un po’ meno ‘tette e culi’ e più notizie e punti di vista?”. A scrivere era un uomo, sia chiaro, di cui comunque non riporto il nome. Ed ecco la risposta, ne riporto qui uno stralcio: “Io credo che sia molto difficile – quando si parla di rappresentazione del corpo femminile nei media – tracciare una netta demarcazione tra il bianco e il nero, tra il rispettoso e l’offensivo: le sfumature contano, e conta la soggettività. Il corpo liberamente mostrato non ha, in sé, nulla di volgare”.

Guardate allora che bella pubblicità di Chanel ci viene rifilata a poche pagine dalla copertina di Vanity Fair.



Si commenta da sola, credo. Ma la risposta ai lettori, quella sì che merita di essere commentata. L’interpretazione conta eccome! Ma chi volete prendere in giro? E il mostrato ha molto, moltissimo, di volgare se vuole alludere chiaramente alla pornografia. Cosa ricordano, altrimenti, certi scatti? Le foto della prima comunione? Che poi a molte donne piaccia farsi guardare e che le modelle abbiano un rapporto disinibito con il proprio corpo, sono due discorsi a parte. Ma credo che la maggior parte delle lettrici di Vanity Fair siano alla ricerca di modelli, di star che dicano “anche io ho un difetto, anche io sono come te” e non prendano bene il fatto di ritrovarsi su una pagina sì e una no un’espressione ammiccante, due coscettine denutrite rigorosamente posizionate ad angolo piatto e vestiti che non coprono affatto, pur essendo – in teoria – i protagonisti delle foto.
La conclusione, però, è amara. Il vero problema è che ci siamo abituati a tutto questo. Noi donne, peraltro, sappiamo benissimo che i nostri uomini – tutti, sia chiaro – si lasciano scappare lo sguardo sulla merce in offerta in tv, sui giornali, sulle affissioni delle nostre città e anche per strada, quando qualcuna ha voglia di farsi notare e allora lascia magari il perizoma in bella vista. Il valore che i nostri uomini danno a quella merce è di gran lunga minore di quello che danno a noi (se non è così, ecco un buon motivo per sbarazzarcene). E allora non ci arrabbiamo. Perché dovremmo? Semplicemente, continuiamo a ritenerci diverse, persone e non pezzi di carne, dentro una categoria che ci permette di avere i nostri rotolini di ciccia, i capelli crespi, le infradito e le unghie mangiate. Eppure piacciamo così, ne siamo convinte. Gli sguardi provocanti? Certo che sappiamo sfoggiarli, ma sappiamo bene quando ci rendono dei fenomeni da baraccone.


sabato 9 gennaio 2010

Le dee dell'abbondanza su V Magazine






Rifatevi gli occhi, maschietti!














Qui di roba ce n'è tanta, tutta autentica e decisamente sexy...
alla faccia di chi si ostina ad osannare modelle pelle ed ossa e costole visibili a km di distanza.







La donna è femmina, la donna ha le curve, la donna è morbida.
Altro che silhouette androgine e sederini taglia 38!








C'è chi, qua e là in Rete, ha già commentato che il grasso fa male alla salute e che così si promuovono stili di vita poco sani.
Grazie a questi imbecilli, milioni di ragazzine in tutto il mondo diventano anoressiche e si ammalano davvero.








La stupidità crea la malattia, non un rotolino in più. Guardare per credere.

giovedì 17 dicembre 2009

Mors tua vita mea

Tu, donna, con il tuo sacchetto della spesa, cammini infreddolita verso casa. Il marciapiede è stretto, alla tua destra le auto sfrecciano nonostante la nevicata della notte scorsa.
Tu, con i tuoi passettini da formica, stai ben attenta a non fuoriuscire dalla scia lasciata dalle orme che hanno preceduto le tue sul tuo stesso cammino. Hai paura di scivolare, ma vai avanti.

Da lontano, ecco un uomo arrivare in direzione opposta, sullo stesso marciapiede stretto e, a tratti, leggermente ghiacciato. Ti vede. E' tutto imbacuccato, a stento distingui lo sguardo alto, che ti ha già scavalcata. Anche lui tenta di restare al centro del marciapiede, con i suoi passi soffici ma lunghi e agili.

Sei tu, donna, a dover mettere il tuo piedino più a destra, sulla neve, con il tuo sacchetto della spesa che oscilla e ti sbilancia. Non scivoli, la neve per fortuna è fresca, ma ti devi fermare.

Lui? Lui passa oltre, non ti degna di uno sguardo né di un cenno di ringraziamento. Niente di niente.

Non è questione di cavalleria. E' questione di gentilezza.