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giovedì 17 novembre 2011

d'ANNAzione del giorno: benvenuto al governo della terza età

Età media 63 anni.

I più giovani, Renato Balduzzi (Salute) e Corrado Passera (Sviluppo), hanno 56 anni.

L’età media del precedente governo era 52 anni.

E già ci sembravano vecchi.

La nuova squadra che guiderà l’Italia ci sembra talmente diversa da quella precedente che non ci va nemmeno di protestare perché è anzianotta e non rispecchia le nostre speranze di rinnovamento. Ma è l’età anagrafica che conta? Evidentemente no.

Ma intristisce pensare che nel nostro Paese le soddisfazioni lavorative arrivino più tardi che altrove e che i giovani, da noi, sono impegnati persino fino agli –anta a superare finalmente il gradino tra stage e contratto a progetto.

E’ triste, ma almeno sappiamo che il governo Monti ha decoro, è elegante, intelligente, non racconta barzellette. Anzi, parla poco, pochissimo.

Era l’ora che qualcuno si facesse ascoltare più per le sue pause che per il suo continuo schiamazzare.

giovedì 20 ottobre 2011

Gheddafi è morto. Gheddafi ci mancherà

Alla fine Muammar Gheddafi è stato ucciso. Notizia prevedibile, ma che fa riflettere. Da mesi lo cercavano, intanto sulle sue città cadevano le bombe, intanto i suoi figli perdevano la vita, intanto il popolo perdeva case, familiari, tutto. Ora, forse, inizieranno a respirare in Libia.

Gheddafi la sua resistenza l’ha fatta, non c’è dubbio.

Sarà ricordato dal mondo come un altro dei dittatori finalmente caduti, sarà un’altra vittoria del cosiddetto Occidente democratico e dei suoi paladini, lo stesso Occidente che oggi vede i suoi figli scendere in piazza e manifestare – urlare – per riavere indietro la dignità, sotto forma di lavoro, sicurezze minime, sotto forma di futuro.

Gheddafi sarà ricordato come leader sanguinario, ma in fin dei conti tra lui e i capi politici del “nostro” mondo il rapporto era di amore-odio, non di odio cieco se non di amore spassionato.

Non fa testo l’accoglienza riservatagli da Silvio Berlusconi, nel 2009, quando Gheddafi diete sfoggio all’Italia di tutta la sua apparenza folkloristica. I due si abbracciarono, l’Italia e il mondo rimasero perplessi e oggi si rendono ancora più conto che la guerra, noi italiani, non l’abbiamo vissuta, anche se la Libia era un po’ anche “casa nostra”. Di certo era più casa nostra che dei francesi o degli americani, ma non abbiamo avuto tempo per pensarci abbastanza.

Leggo solo oggi la notizia di un lifting che Gheddafi si sarebbe fatto praticare nel suo bunker per cancellare 25 anni dalla sua faccia. Anestesia locale, i veri leader – o almeno quelli vecchio stampo - non vogliono perdere coscienza nemmeno per sembrare più belli e più freschi.

Fa sorridere anche questo, a distanza di anni dall’intervento, forse perché ai nostri occhi lo fa sembrare come i leader italiani, tutto fumo (plastica) e niente arrosto.

Gheddafi ne ha combinate di tutti i colori, ma rispetto ad un Saddam Hussein, oggi, ci sembra solo colore, piume, amazzoni, gingilli e palazzi dorati. Il suo carisma era pittoresco per noi, non guardavamo il volto del rais come si guarda con terrore il volto di un assassino. Non era come gli altri, era il Male ma meno assoluto.

E anche oggi che conosciamo i crimini da lui ordinati, alla fine, immaginandolo dentro una buca, coperto da una tunica colorata e con indosso i suoi occhiali da sole, che invoca “Non sparate, non sparate!”… bè, anche oggi Gheddafi ci sembra uscito da un cinepanettone, anche oggi ci viene da sorridere.

mercoledì 29 settembre 2010

d'ANNAzione del giorno

Mentre scrivo, il Parlamento italiano è pieno. In tv la diretta riprende il frenetico vociare, gli schiamazzi, il brusio.
E anche molti altri dettagli che dovrebbero far riflettere.
E’ una seduta cruciale, almeno sulla carta. Sappiamo che il governo Berlusconi otterrà ancora la fiducia per andare avanti, quindi è molto facile lasciarsi distrarre dal contorno.
Il contorno, è bene ricordarlo, è fatto di facce, di persone con un nome e un cognome che abbiamo eletto noi, noi che stiamo fuori a cercare di capire chi dice la verità, chi bara, chi recita, chi potrebbe condurci fuori dal tunnel. Tutti e nessuno, lo sappiamo.
Durante le dichiarazioni di voto, la scena che si presenta è raccapricciante, tipica del Parlamento a dire la verità, ma comunque indecorosa.
Prendere la parola significa parlare al vento. Di ascoltare non se ne parla nemmeno. C’è chi sbadiglia, chi cammina su e giù per le scale, forse per sgranchirsi le gambe dopo la fatica (è un lavoro logorante, non dimentichiamolo!). E poi c’è chi manda e-mail dal suo pc portatile di ultima generazione, chi chiacchiera con il vicino di banco, chi ride a squarciagola.
Le peggiori sono sicuramente le donne della maggioranza che si preoccupano di ritoccarsi il trucco leggermente sbavato, che si puliscono gli occhiali per tenersi occupate, si guardano lo smalto, si portano qualche ciocca di capelli dietro le orecchie, poi la spostano ancora, poi si accomodano meglio sulle poltrone e protendono i seni in avanti accavallando le gambe.
Queste persone ci rappresentano. L’abbiamo voluto noi. Le abbiamo votate, con la solita inerzia, con la solita X.
Abbiamo votato anche quelli che urlano frasi incomprensibili a noi da casa mentre a qualcuno è data la parola. Anche quelli che, mentre si parla di costituzione, unità d’Italia e sacrifici da partigiani d’altri tempi, annuiscono sapendo che il giorno dopo saranno in piazza a bruciare il tricolore.
Si parla di aziende, di conti che forse tornano o forse no, di una realtà che solo noi conosciamo, solo noi che stiamo fuori da quell’arena tutta arazzi e legno pregiato.
E allora, mentre l’oratore di turno fa il suo piccolo spettacolo, non pensiamo più alle tragedie di tutti i giorni, alle tasche vuote, al lavoro che non c’è e se c’è non prevede la comodità di una poltrona rossa. Non pensiamo alle fabbriche che chiudono, non pensiamo agli striscioni dei precari, non pensiamo ai bambini che non riceveranno un’istruzione adeguata né al mutuo da pagare.
Prendiamoci un po’ di libertà per sognare.
Sogniamo di avere una bacchetta magica e di poter svuotare quel Parlamento. Sogniamo poi di poterlo riempire di progetti, di idee, di desideri, di sogni.
I nostri. E sogniamo anche che, al posto di quegli ometti dai capelli bianchi e dalle schiene gobbe, ci sia qualcosa di diverso. Sogniamo che ci sia il futuro là dentro, non il solito passato pieno di polvere e rancori.
Sogniamo di esserci, proprio noi, domani.