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mercoledì 30 maggio 2012

d'ANNAzione del giorno: nuovo terremoto, solite delusioni


Un altro terremoto mette in ginocchio l’Italia. Stavolta è successo in Emilia e già contiamo le vittime, oltre ai danni al patrimonio storico che l’Italia non ha ancora imparato a custodire. In entrambi i casi, nessuno mai potrà rimediare, né al dolore dei familiari di chi è rimasto sotto alle macerie, né tanto meno ai crolli che ben sintetizzano quanto ci prendiamo cura delle nostre radici.

Rispetto al terremoto dell’Aquila oggi abbiamo un governo nuovo, un governo di tecnici che dovrebbero accompagnarci per mano fuori dalla crisi. Crisi economica, crisi delle idee, crisi della morale. Rispetto all’Aquila è cambiato ben poco. L’Italia – le istituzioni italiane – non hanno poi fatto granché per mettere in sicurezza le nostre vite. Mi viene in mente quello che è successo alle Cinque Terre, per non parlare di Genova, che per motivi ovvii non potrà mai essere cancellato dalla mia mente.
Siamo ancora qui a contare le vittime e a dire che i luoghi di lavoro non sono sicuri, le case non sono sicure, le strade non sono sicure. Dove dovremmo rifugiarci allora?

Poi, oltre al danno la beffa, come da tradizione. Ci avviciniamo ai festeggiamenti del 2 giugno. Festeggiamo ancora esibendo con orgoglio le nostre forze armate e tutto quello che si portano dietro, neanche fossimo una grande potenza pronta ad entrare in guerra. Per giunta, una guerra – qualsiasi guerra – noi la perderemmo sicuramente. E’ tutto organizzato da tempo quindi il passaparola sui social network che chiede di sospendere la parata e di donare ai terremotati i finanziamenti per il 2 giugno non potrà trovare riscontri pratici. Quei soldi sono già stati spesi.

Ed è questo il peggio di tutta la vicenda. I soldi sono già stati spesi, quindi qualcuno ha deciso che, ancora una volta, nonostante tutto - nonostante la crisi, nonostante la disoccupazione alle stelle, nonostante gli italiani fatichino ad arrivare a fine mese – la parata era necessaria. E’ vero, ci sono occasioni cariche di significato, simboliche, che non si possono eliminare su due piedi. Ma quanti italiani il 2 giugno saranno incollati alla tv per vedere cosa succede ai Fori Imperiali? Troppo pochi, decisamente, perché nel 2012 ancora si celebri in questo modo. Dobbiamo continuare a celebrare la Repubblica, ma quella per cui sono morti i partigiani. Non servono certo parate e sperpero di denaro insensato. Per giunta, invece di chiedere soldi ai partiti (che intanto fanno orecchio da mercante e non si tagliano i rimborsi elettorali), invece di partire dall'alto tagliando subito il superfluo senza esitazioni per dare respiro all'Emilia, nel giro di qualche ora è stato deciso l'ennesimo aumento della benzina. Pagheranno gli italiani, tutti, il popolo, perché il governo possa dire di aver contribuito a recuperare denaro da destinare alle zone colpite. Pagheranno sempre gli stessi, pagheremo noi, e sempre gli stessi domani moriranno sotto un altro capannone mentre stavano al lavoro.

A margine di tutto questo, negli stessi giorni il Papa ha programmato la sua visita a Milano. E’ da oltre un mese che si va a vanti a rendere più belle le strade che percorrerà. Soldi che se ne vanno, e tutto per un paio d’ore in cui Benedetto XVI onorerà i milanesi della sua presenza. Che dire? La Chiesa non rinuncia certo alla ricchezza dall’oggi al domani, è un’utopia. Ma in queste ore, mentre i terremotati cercano un appglio qualsiasi per ricominciare, una mano in tasca credo proprio che la Chiesa dovrebbe mettersela. Se non perché costretta, almeno per coerenza con quel Vangelo che tanto parla di povertà.

venerdì 11 maggio 2012

d’ANNAzione del giorno: donne, impariamo ad urlare


Da quelle parti ci passavo anche io tutti i giorni fino a poco tempo fa. Scendevo dalla metro a Porta Romana, poche centinaia di metri a piedi e arrivavo in ufficio. Una zona centrale, della “Milano bene”, di quelle zone in cui non ti aspetti certo di incontrare tra la folla lo sguardo di uno stupratore. Il problema è che, sotto sotto, siamo tutti un po’ legati alle teorie di Lombroso e allora ci immaginiamo qualcuno non proprio di bell’aspetto, uno straniero solitamente, che non ispira fiducia nemmeno a prima vista. E invece il mostro è spesso carino, insospettabile. O il mostro è in casa, è un parente, o un amico.
A Milano è successo di nuovo qualche giorno fa ad una ragazzina. 13 anni. Lei scende dalla metro in piazzale Medaglie d'Oro, lui la segue già da un po’. Quando lei entra nel portone di casa, in una giornata da lupi (piove a catinelle) lui estrae la sua pistola giocattolo e le chiede di salire in casa. Lei risponde che ci sono i suoi genitori e allora la violenza si consuma lì accanto, in uno spazio vicino all’ingresso del palazzo.
Sembra incredibile. Nessuno vede, nessuno sente, come nella maggior parte dei casi. Non sappiamo se la ragazzina abbia urlato o reagito ma ora sappiamo chi è il mostro. E’ Luigi Terranova, è un imprenditore, si sposta tra Milano e Firenze per lavoro. Ha 30 anni. Mi verrebbe da chiedere a qualche  mio amico se ha mai pensato anche lontanamente di fare una cosa del genere, perché ormai non c’è di che stupirsi.
A Milano stava succedendo ancora ad una maestra 26enne, stavolta era un pizzaiolo marocchino ubriaco. Per non parlare della povera Vanessa, che in Sicilia è stata uccisa dal suo ragazzo perché avrebbe (avrebbe!) pronunciato il nome dell’ex durante un momento di intimità.
Le molestie sono all’ordine del giorno. Accade spesso sui mezzi pubblici e chissà quante donne non aprono bocca, non segnalano agli autisti o ai carabinieri di essere state oggetto di “attenzioni insistenti” da parte del solito molestatore. A volte forse non diamo troppo peso alla cosa. Resta il fatto che le donne siano ancora oggi, nel 2012, un bersaglio facile. E’ una condizione immutabile. Siamo inferiori dal punto di vista fisico, inutile negarlo, e se un uomo vuole farci del male raramente riusciremo a vincere. C’è chi riesce a scappare, urlare, divincolarsi, ma ancora oggi abbiamo paura di uscire la sera, di tornare tardi dal lavoro e girare da sole.
Poi in molti casi sono piccolezze. Una mano sul sedere, un gomito che si allunga troppo, magari anche solo una parola in più che può condizionare la nostra giornata. La tragedia è che la maggior parte delle volte non reagiamo. Lasciamo correre. E invece ad ogni minima violenza, psicologica soprattutto, dovremmo alzare la voce, reagire. Credo sia un’arma contagiosa, questa. Credo che vedere una donna in metro che sputtana il palpeggiatore di turno sia la molla che faccia scattare nella prossima donna l’istinto a ribellarsi.
Dovrebbero insegnarcelo le nostre madri a fare così, a dirci che non siamo l’oggetto di nessuno e che nessuno ha il diritto di trattarci come tali. “Una donna non si tocca neanche con un fiore”, dicevano le nostre nonne. Ed è così che deve essere. Urliamo più forte. E teniamoci d’occhio l’un l’altra quando siamo per strada.

giovedì 19 aprile 2012

d'ANNAzione del giorno: In Afghanistan si posa con il kamikaze morto


Uccidi un talebano, o trovi i resti di un kamikaze. Succede, se sei un soldato americano in Afghanistan. Non vedi l’ora di sfogare tutta la tua rabbia contro il nemico della patria per antonomasia, è comprensibile… e cosa fai allora? Fai il cretino, lo trovi divertente, trovi divertente guardare un corpo martoriato, ci scherzi sopra e usi quel che rimane di lui come un pupazzo per farti delle belle foto creative.
Perché? Forse lo incolpi a modo tuo al posto di tutti quelli che ti hanno mandato lì o di tutto il male che esiste al mondo? Ma soprattutto… perché ti sembra divertente un uomo morto con gli occhi sbarrati?
E poi a chi mostrerai quelle foto? Ai tuoi figli, a tua moglie, ai tuoi genitori? Speri che ti dicano “bravo, ottimo lavoro” o che ridano a crepapelle?
Che schifo.



L’articolo completo del Los Angeles Times.

mercoledì 25 gennaio 2012

d'ANNAzione del giorno: ecco perché, caro Martone, gli sfigati sono altri

Ho letto su Repubblica.it la lettera di un giovane pugliese e non riesco proprio a dimenticarla. Ci sono parole che, una volta lette, svaniscono e non ti resta nulla; ce ne sono altre, semplici, che risultano perfette per descrivere la realtà.

Il racconto di Adelmo è quello di un giovane che ha fatto lavori di ogni genere – Babbo Natale, cameriere, barista, animatore per bambini, impiegato all’INPS… - e non ce l’ha fatta ovviamente a dare tutti gli esami senza ritrovarsi fuori corso.

Significa che non avrebbe dovuto iscriversi all’università? Decisamente no, anche perché leggendo il suo racconto si capisce lontano un miglio che Adelmo è uno intelligente, che con le parole ci sa fare e non è uno "sfigato" come vorrebbe un tale Michel Martone che è oggi viceministro al Lavoro e alle Politiche sociali.

Forse Adelmo mi ha colpito subito perché è iscritto allo stesso corso di laurea che avevo scelto io, abbiamo la stessa età, anche se io sono laureata da 5 anni. I miei lavoretti sono stati quelli part-time messi a disposizione dall’università stessa, per qualche mese. E poi c’erano le borse di studio, quando arrivavano, visto che la situazione che dipinge Adelmo vale in tutta Italia: i veri poveri sperano e gli altri incassano i soldi grazie a dichiarazioni non proprio veritiere. Ne abbiamo le prove? In un certo senso sì, vediamo quelli che si disperano per essere stati esclusi dalle graduatorie per un pelo e quelli che invece vanno a ritirare l’assegno a bordo dell’auto sportiva di papà.

Adelmo prende un treno ogni volta che deve andare in ateneo, un treno spesso sporco, in ritardo e incredibilmente costoso. Mi capita continuamente di pensare a come potrei investire il denaro speso per pagare il biglietto. Non significa che la prossima volta salirò senza, ma quando fai il viaggio in piedi, magari appoggiata alla porta del wc intasato e puzzolente, ti chiedi se non sia Trenitalia a doverti pagare o a regalarti ogni volta che sali su un treno ciò a cui hai rinunciato al supermercato.

Adelmo, come me, non ha santi in paradiso e non avrà una scrivania pronta appena avrà ottenuto il suo pezzo di carta. Adelmo dovrà trovare un lavoro da solo, contando sui propri meriti e le proprie qualità (come dovrebbe essere di regola), senza spingere e guardando i tanti ragazzi come lui che invece avranno lo stesso posto - se non uno migliore e sicuramente meglio retribuito - e gli saranno passati davanti.

E’ questa la vita della mia generazione. Siamo capaci di risparmiare, di rimboccarci le maniche, di lavorare sodo. Ma sorridiamo sempre, forse il problema è questo, ci adattiamo troppo e cerchiamo di lavorare, studiare, avere un minimo di vita sociale anche con pochi spiccioli in tasca. Viviamo lo stesso.

Il futuro? Vorremmo un lavoro, una casa, una famiglia, ma sapendo che il presente non lo consente lasciamo perdere e dimentichiamo i desideri. Rimandiamo la visita dal dentista, ceniamo nei fast food o al cinese, accettiamo in affitto case fatiscenti e paghiamo in nero, lavoriamo senza contratto, compriamo al discount e prenotiamo i b&b con anticipo di mesi.

Ci sono tanti Adelmo in Italia, basta avere il coraggio di vederli. Soprattutto, bisogna sperare che un giorno non perdano la pazienza.

martedì 11 ottobre 2011

d'ANNAzione del giorno: Giovanni DD come Umberto B. I nuovi poveri siamo noi

Leggo su Repubblica.it la storia di Giovanni, un operaio che ha dovuto lasciare la sua casa perché senza lavoro e senza soldi. E’ successo a Teramo, dove i dipendenti di un bar si sono accorti che, da tempo, quell’uomo che andava al mattino presto a prendere un cornetto e un caffè, sempre pagando, in realtà dormiva dentro una cabina per le fototessere.

Giovanni pagava sempre, non voleva essere aiutato, andava all’alba ad ordinare la colazione e andava via come chi un lavoro ce l’ha ed è costretto ad alzarsi presto. Non si sa cosa facesse tutto il giorno, probabilmente


Giovanni non ha perso la dignità, al punto che, un bel giorno, i dipendenti del bar – che intanto avevano riconosciuto dalle scarpe in quel nuovo clochard la stessa persona che vedevano ogni mattina al bancone – si sono accorti che i suoi piedi sanguinavano per via della posizione in cui Giovanni doveva rimanere tutte le notti. Seduto, senza la possibilità di sdraiarsi.vagava in attesa che, intorno alle 2, ogni sera il bar chiudesse. Perché Giovanni si vergognava di dormire lì dentro, in quella scatolina troppo calda o troppo fredda, non voleva che si sapesse, sperava di rialzarsi un giorno e, infatti, aveva provato a tappezzare la città di foglietti con scritto che c’era un imbianchino disponibile a ridare decoro alle pareti di qualsiasi casa. E un vecchietto l’aveva anche chiamato, ma quei pochi soldi non potevano certo bastare a lungo.

E’ dovuto intervenire il parroco per far sì che Giovanni si rassegnasse a lasciarsi aiutare.

Una storia strappalacrime, non c’è dubbio, di quelle che molti oggi tendono ad ignorare come se commuoversi davanti a certe vicende sia da deboli quanto commuoversi per un programma televisivo o una fiction.


Mi è venuta in mente la scena di un film che mia madre, più e più volte, mi ricorda come esempio della grandezza dei nostri registri italiani di un tempo. La realtà di oggi non dista granché dalla finzione. E dall’uscita di quel film sono passati quasi 60 anni.

martedì 4 ottobre 2011

d'ANNAzione del giorno: Vasco fa chiudere Nonciclopedia

Ieri mattina la notizia sembrava di quelle impossibili. “Hanno chiuso Nonciclopedia”. Come spesso accade, l’ho saputo da Facebook, dando la prima occhiata svogliata di inizio giornata a notifiche e messaggi.

E proprio da lì è partita la rivolta del popolo del Web contro quella che viene ormai additata come censura bell’e buona, senza scuse.

Tutti ormai sanno che la causa di tutto questo si chiama Vasco Rossi e, per fortuna, nemmeno i fan approvano (quelli che approvano credo abbiano capito che è il momento di tacere).

Mi chiedo allora come sia possibile che, di tutti i permalosi che avrebbero potuto imporre la chiusura di Nonciclopedia, proprio lui sia arrivato a tanto.

Sia chiaro, in Italia come altrove, i potenti che, grazie ad avvocati ricchi e brillanti, grazie al loro denaro e alla loro posizione, potrebbero far chiudere siti e blog schioccando le dita ce ne sono a decine. Ma finora – che io ricordi – un caso così eclatante non si era ancora visto, lasciando da parte i vari Luttazzi, Biagi, Santoro e compagnia bella, che però vivono – o, ahimé, vivevano – nel mondo della tv.

Vasco che non apprezza le critiche, le battute, lo scherzo, francamente fa molta tristezza. Ci eravamo abituati, in questi mesi, al Vasco malandato, che dalla clinica si ricorda dei fan e indirizza loro messaggi 2.0 approfittando della Rete. Oggi la satira, che non si è fermata, ci racconta un Vasco che non conosce affatto i meccanismi della comunicazione moderna, di Internet, e allora dà vita a questa spedizione punitrice contro un’innocente pagina, che in confronto alla sua chiusura sembra una marachella da bambini dell’asilo.

Nonciclopedia ci ha fatto sorridere per anni, se ne sono accorti anche i suoi bersagli preferiti, i politici e “la gente che conta”, nessuno avrebbe mai pensato di fare in modo che chiudesse. C’è chi non ha apprezzato certe battute – così si dice – ma le frasi incriminate sono state rimosse e il gioco è andato avanti. E’ vero, è una satira pesantina, non facile da digerire, a volte sopra le righe, ma non ha fatto male a nessuno.

Poi arriva lui, l’alternativo, quello che va contro le regole, il Vasco eroe di generazioni di pseudo ribelli, che decide che quello scherzo proprio non gli piace più e si prende la briga di intervenire, innescando come conseguenza lo sciopero di Nonciclopedia.

La risposta dei creatori, secondo me, è stata all’altezza della situazione, in linea perfetta con i toni utilizzati finora e che, oggettivamente, non fanno male più di un aeroplanino di carta fatto voltare in classe.

“Care lettrici, cari lettori, cari creditori

Nonciclopedia chiude a causa di una denuncia che Vasco Rossi ha sporto contro il sito.
Vasco Rossi si è sentito diffamato dalla pagina che lo riguardava.

Probabilmente si terrà un processo, al termine del quale quel brufoloso ragazzino quindicenne che ha scritto la pagina dopo essere stato picchiato dai suoi compagni di classe, adesso dovrà anche pagare gli alimenti al nullatenente Vasco Rossi.
Un uomo che ha vissuto l'esperienza della droga, l'esperienza del carcere, l'esperienza di stadi e folle che lo acclamavano, non poteva proprio sopportare l'idea di essere oggetto di satira su Nonciclopedia”.

Ogni tanto bisognerebbe ricordarsi che il nostro sogno deve essere un’Italia (ancora più) libera di pensare, scrivere, lamentarsi, agire, senza che qualcuno le imponga cosa pensare, cosa scrivere, di cosa lamentarsi e come agire. Troppo semplice fare i gradassi e scaricare le nostre frustrazioni su chi ci urta sulla metro, su chi è nero, su chi è debole, su chi ha i capelli viola, su chi non pota l’albero in giardino, su chi è diverso da noi e su chi è, semplicemente, un bersaglio facile. Eppure, con tutti i problemi che abbiamo, alla fine anche i più in vista, i vip, cedono alla tentazione di calpestare il prossimo come antistress.

Ci sarebbe da sperare in un “mea culpa”, ma forse è chiedere troppo.

giovedì 22 settembre 2011

d'ANNAzione del giorno: c'era una volta una cabina telefonica

Sarà che mi sembrano una specie di opera d'arte vintage proprio lì, in mezzo al traffico. Sarà che, nel momento del bisogno, potrebbero tornare utili. Sarà che far sparire un oggetto che per decenni è stato preziosissimo non mi pare una buona idea. Un po' per questo, un po' per attaccamento a tutto ciò che mi ricorda l'infanzia e l'adolescenza, sta di fatto che ogni volta che incrocio una cabina telefonica penso che la decisione dell'Agcom di autorizzare Telecom ad abbatterle non mi convince per niente.

Prima o poi – c'era da aspettarselo – il problema si sarebbe presentato: quante volte vengono utilizzate le cabine italiane? I numeri sono imbarazzanti. Dal 2001 vengono utilizzate il 90% in meno e, da 8 di quelle ancora utilizzate, vengono effettuate soltanto 3 chiamate al giorno.

Basta questo a giustificare la decisione di eliminare quelle superflue, eppure sembra un omicidio. Immediatamente mi tornano in mente tutte quelle volte che, tanto tempo fa, mi sono riparata dentro la mia cabina in attesa dell'autobus quando faceva freddo. O quando aspettavo un'amica in ritardo e chiamavo casa sua per capire se almeno fosse già uscita. O semplicemente quando ci si dava appuntamento “dalla cabina”. E poi le situazioni in cui la cabina era indispensabile per avvertire mamma e papà che sarei rientrata più tardi del solito. “Non aspettatemi per cena”, tutto qui, perché poi le 200 lire finivano subito e le 500 erano troppe per dire soltanto qualche frase e un saluto.

C'erano ancora le lire, prima ancora i gettoni, c'era la coda per telefonare a volte. Poi c'erano le schede telefoniche e chi le collezionava. Il passo successivo sono state le nuove cabine, più moderne, quelle ancora in piedi, da cui si possono mandare anche gli sms. Ci vuole un bel po' per scrivere tutto il messaggio, somigliano ai primi cellulari, ma a me qualche volta è capitato di servirmene quando dimenticavo di ricaricare.

Bè, mi viene una gran nostalgia se penso che 130 mila cabine saranno abbattute. Per chi volesse salvarne una, è possibile inviare una segnalazione all'Agcom, scrivendo a cabinatelefonica@agcom.it.

In ogni caso, quelle abbattute potrebbero presto diventare un reperto, il simbolo della comunicazione dei tempi andati, perfetto per essere messo in un angolo del giardino in memoria della fatica immane compiuta per sentire la voce della persona amata, dei familiari lontani, quando ancora ci si scrivevano lunghe lettere e non ci si poteva guardare a qualsiasi ora attraverso uno schermo.

giovedì 23 giugno 2011

D’ANNAzione del giorno: giornalisti, di precarietà si muore!



Quando - già qualche anno fa, prima della crisi - dicevi di voler fare il giornalista, capitava spesso che ti dicessero “è dura” o “fino a quarant’anni non sarai nessuno”. La reazione era, almeno per quanto mi riguarda, un invito a tirar fuori tutta la grinta possibile e a dimostrare di farcela. Poi, strada facendo, ci si rende conto che è davvero dura, ma più dura del previsto. Non perché il lavoro sia un inferno, non perché il cervello non funzioni, non perché non ci si senta all’altezza, ma perché il merito non è l’unica variabile per poter conquistare la possibilità di provare a diventare ciò che si vuole.

Succede anche per altre professioni, credo, ma posso parlare per me. Trovare qualcuno che creda nelle capacità di un giovane volenteroso che sogna questo lavoro da una vita è quasi impossibile. Chi ha la sua poltrona – anche qui – se la tiene stretta, tanto gli ultimi arrivati sono ben disposti alla gavetta, lo sapevano già da prima. Fin qui nessun problema, ordinaria routine. Solo che adesso, nell’era di Internet e dei mille siti di informazione o presunti tali, essere un giornalista significa sperare che il destino metta in mezzo alla strada la scheda della tombola fortunata. Puoi mandare mille cv, ma serve di più. Serve conoscere chi è già nell’ambiente magari, tanto per cambiare. A questo punto, a cosa servono la grinta, la volontà, la costanza e la bravura?

Il giornalismo bisogna averlo dentro, ma ormai non conta più. Se ti senti un giornalista dentro, non importa. Vedrai sfilarti davanti tanti che nemmeno conoscono la grammatica e ancora si chiedono se si scrive “valige” o “valigie”. Ma tanto c’è Internet per scoprirlo.
E così c’è una massa infinita e informe di collaboratori che nemmeno si possono definire “precari”. Scrivono online per quattro soldi, sperano un giorno di risollevare le loro sorti, aspettano una chiamata che non arriva, sfogano la loro capacità sui blog perché altrove non gli è concesso, appartengono ad una categoria che in realtà non li riconosce. Perché lo fanno? Perché si sentono giornalisti, non importa se non hanno ancora un tesserino.

Ma oggi la differenza tra chi è un giornalista e chi lo fa è sempre più evidente. Anzi, spesso chi lo è rinuncia perché non arriva alla fine del mese e cambia lavoro versando lacrime amare, mentre quello che avrebbe dovuto essere il suo posto è occupato da scribacchini qualsiasi, che fanno i giornalisti perché è un lavoro come un altro, forse meno faticoso.

Leggo la notizia della morte di un giornalista precario di 41 anni. Si è impiccato e sono molti i colleghi – non precari, mi viene da immaginare – che sottolineano la fine di una storia d’amore. Pierpaolo era depresso, Pierpaolo era rimasto solo, Pierpaolo viveva al Sud, nella parte dell’Italia dove non si trova lavoro. E invece io credo che, quando una relazione finisce, se puoi aggrapparti al lavoro riesci a risalire, in qualche modo. Ma se quel lavoro è l’ennesimo fallimento – e non per colpa tua – allora ti senti proprio uno straccio. A 41 anni Pierpaolo si sarà sentito finito, incapace di ottenere ciò per cui ha lottato. “Se vivi in Puglia, cosa pretendi? Vieni al Nord, qui sì che è tutto diverso!”, sembrano trasudare quelle righe.

Ma la cosa che mi fa più rabbia è che oggi in piazza non c’è nessuno a difendere la dignità di quest’uomo che, probabilmente, come me e come tanti, adorava scrivere, adorava raccontare, e si è scontrato con lo schifo di mondo che ci stanno rifilando. Quanti articoli si meriterà ora? Quanti servizi in tv? L’Ordine dei Giornalisti della Puglia gli ha dedicato un minuto di silenzio e parole di comprensione.

Troppo tardi.

lunedì 6 dicembre 2010

D’ANNAzione del giorno: l’ennesima fiera del lavoro che non c’è


Qualche giorno fa sono andata a Milano al tanto reclamizzato Job Meeting.
Non posso certo dire di esserci andata carica di speranza o curiosa di sapere come si svolgesse il tutto. Non è la prima fiera del lavoro a cui vado a dare un’occhiata, né credevo che sbucasse un ometto in giacca e cravatta e mi portasse in un ufficio già sistemato per me.
Nossignori, non pensavo affatto che sarebbe stata un’occasione davvero utile. Ma in questi casi lascio prevalere l’intraprendenza, mi dico “Non si sa mai” e parto, armata di curriculum e scarpe comode.
Il Palazzo delle stelline permetteva di disporre gli stand delle varie aziende come intorno ad un quadrato, il che non ti fa rendere subito conto di quanti siano in realtà. Ti sembra un po’ un labirinto, poi ad un certo punto ti accorgi che hai già finito il giro e anche questa capatina all’ennesimo Job meeting si è rivelata piuttosto deludente. Sulla carta sono tutte “occasioni da non perdere”, io francamente le trovo una fantastica vetrina per le aziende e stop. Il vero senso della fiera del lavoro è decisamente perso in periodi così difficili.
Chi è stato come me a Milano sa bene che la frase canonica agli stand era “al momento non sono previste assunzioni, non abbiamo posizioni aperte, ma sapete bene che magari in futuro…”. Cooooosa? E allora cosa siete venuti a fare? Senza contare che, nella maggior parte dei casi, nemmeno accettavano il cv cartaceo e rimandavano ad un inserimento online.
Certo, per chi è alle prime armi, per chi è appena uscito dall’università e non sa cosa sia il mondo del lavoro (ma comunque ne avrà sentito parlare, dico io!) è un punto di partenza per capire “il giro del fumo” e sbattere la faccia contro la quintalata di cacca nella quale tra poco affonderà, ma per gli altri?
I quasi-trentenni come me poi erano davvero in tanti. Segnale negativo, troppa concorrenza verrebbe da dire. E invece è quasi una consolazione vedere gente che annaspa alla ricerca di uno stage e si accontenterebbe di mettere da parte la laurea, di puntare sul suo diploma pur di ottenere uno straccio di lavoro che gli lasci mettere ancora in moto il cervello.
Sono tempi duri, ma la faccia di bronzo di certi tizi agli stand lo è ancora di più.
“Non sei facilmente piazzabile”, mi hanno detto sfogliando il mio cv, quasi schifati dalle troppe righe. Non saprebbero dove sistemare una che finora ha cercato di far fruttare le sue competenze e non parte da zero.
Apprezzo allora l’unica persona che mi ha detto la verità: “Sai bene che per chi, come te, fa il giornalista o lavora in un ufficio stampa, non serve tanto guardare se su un sito ci sono posizioni aperte. Contano anche i contatti e cose simili, poi il cv te lo guardano in caso gli serva qualcuno all’improvviso…”.
Triste, ma vero. Com’è vero che davanti ai laureati in Scienze della comunicazione si storce il naso. Per fortuna, nel mio caso, ormai si guardano le esperienze lavorative e poco importa la mia laurea, poco importa un 110 e lode dato in una facoltà di veline e animatori turistici.
E allora mi chiedo: la pubblicità e la comunicazione non sono forse leve fondamentali per far girare l’economia? Non ne abbiamo forse più bisogno che in altri momenti?
Credo di sì. E credo che anche le aziende lo sappiamo. Ma le competenze non servono, meglio continuare a coltivare questa repubblica di stagisti e precari a vita che dopo sei mesi saranno di nuovo a spasso.
Mi piacerebbe che qualcuno prendesse le mie parti, come se fossi un lavoratore di Mirafiori. Per noi laureati non parla quasi nessuno. Per noi giornalisti poi, ancora meno. A chi importa se prendiamo 5 euro a pezzo quando va bene?
Mi piacerebbe anche un’altra cosa. Che per una volta al posto delle aziende ci fossimo noi seduti agli stand. Chissà che puzza di cervello ci sarebbe…

mercoledì 29 settembre 2010

d'ANNAzione del giorno

Mentre scrivo, il Parlamento italiano è pieno. In tv la diretta riprende il frenetico vociare, gli schiamazzi, il brusio.
E anche molti altri dettagli che dovrebbero far riflettere.
E’ una seduta cruciale, almeno sulla carta. Sappiamo che il governo Berlusconi otterrà ancora la fiducia per andare avanti, quindi è molto facile lasciarsi distrarre dal contorno.
Il contorno, è bene ricordarlo, è fatto di facce, di persone con un nome e un cognome che abbiamo eletto noi, noi che stiamo fuori a cercare di capire chi dice la verità, chi bara, chi recita, chi potrebbe condurci fuori dal tunnel. Tutti e nessuno, lo sappiamo.
Durante le dichiarazioni di voto, la scena che si presenta è raccapricciante, tipica del Parlamento a dire la verità, ma comunque indecorosa.
Prendere la parola significa parlare al vento. Di ascoltare non se ne parla nemmeno. C’è chi sbadiglia, chi cammina su e giù per le scale, forse per sgranchirsi le gambe dopo la fatica (è un lavoro logorante, non dimentichiamolo!). E poi c’è chi manda e-mail dal suo pc portatile di ultima generazione, chi chiacchiera con il vicino di banco, chi ride a squarciagola.
Le peggiori sono sicuramente le donne della maggioranza che si preoccupano di ritoccarsi il trucco leggermente sbavato, che si puliscono gli occhiali per tenersi occupate, si guardano lo smalto, si portano qualche ciocca di capelli dietro le orecchie, poi la spostano ancora, poi si accomodano meglio sulle poltrone e protendono i seni in avanti accavallando le gambe.
Queste persone ci rappresentano. L’abbiamo voluto noi. Le abbiamo votate, con la solita inerzia, con la solita X.
Abbiamo votato anche quelli che urlano frasi incomprensibili a noi da casa mentre a qualcuno è data la parola. Anche quelli che, mentre si parla di costituzione, unità d’Italia e sacrifici da partigiani d’altri tempi, annuiscono sapendo che il giorno dopo saranno in piazza a bruciare il tricolore.
Si parla di aziende, di conti che forse tornano o forse no, di una realtà che solo noi conosciamo, solo noi che stiamo fuori da quell’arena tutta arazzi e legno pregiato.
E allora, mentre l’oratore di turno fa il suo piccolo spettacolo, non pensiamo più alle tragedie di tutti i giorni, alle tasche vuote, al lavoro che non c’è e se c’è non prevede la comodità di una poltrona rossa. Non pensiamo alle fabbriche che chiudono, non pensiamo agli striscioni dei precari, non pensiamo ai bambini che non riceveranno un’istruzione adeguata né al mutuo da pagare.
Prendiamoci un po’ di libertà per sognare.
Sogniamo di avere una bacchetta magica e di poter svuotare quel Parlamento. Sogniamo poi di poterlo riempire di progetti, di idee, di desideri, di sogni.
I nostri. E sogniamo anche che, al posto di quegli ometti dai capelli bianchi e dalle schiene gobbe, ci sia qualcosa di diverso. Sogniamo che ci sia il futuro là dentro, non il solito passato pieno di polvere e rancori.
Sogniamo di esserci, proprio noi, domani.

giovedì 14 gennaio 2010

d'ANNAzione del giorno
















Oggi
“Pierino, mangia la minestra! Pensa ai bambini di Haiti che non hanno più nulla!”

Domani
“Pierino, mangia la minestra! Pensa ai bambini africani che muoiono di fame!”

Dopodomani
“Pierino, mangia la minestra!”


Obama: "Non sarete dimenticati"


Ma noi avremo dimenticato tutto…