mercoledì 29 settembre 2010

d'ANNAzione del giorno

Mentre scrivo, il Parlamento italiano è pieno. In tv la diretta riprende il frenetico vociare, gli schiamazzi, il brusio.
E anche molti altri dettagli che dovrebbero far riflettere.
E’ una seduta cruciale, almeno sulla carta. Sappiamo che il governo Berlusconi otterrà ancora la fiducia per andare avanti, quindi è molto facile lasciarsi distrarre dal contorno.
Il contorno, è bene ricordarlo, è fatto di facce, di persone con un nome e un cognome che abbiamo eletto noi, noi che stiamo fuori a cercare di capire chi dice la verità, chi bara, chi recita, chi potrebbe condurci fuori dal tunnel. Tutti e nessuno, lo sappiamo.
Durante le dichiarazioni di voto, la scena che si presenta è raccapricciante, tipica del Parlamento a dire la verità, ma comunque indecorosa.
Prendere la parola significa parlare al vento. Di ascoltare non se ne parla nemmeno. C’è chi sbadiglia, chi cammina su e giù per le scale, forse per sgranchirsi le gambe dopo la fatica (è un lavoro logorante, non dimentichiamolo!). E poi c’è chi manda e-mail dal suo pc portatile di ultima generazione, chi chiacchiera con il vicino di banco, chi ride a squarciagola.
Le peggiori sono sicuramente le donne della maggioranza che si preoccupano di ritoccarsi il trucco leggermente sbavato, che si puliscono gli occhiali per tenersi occupate, si guardano lo smalto, si portano qualche ciocca di capelli dietro le orecchie, poi la spostano ancora, poi si accomodano meglio sulle poltrone e protendono i seni in avanti accavallando le gambe.
Queste persone ci rappresentano. L’abbiamo voluto noi. Le abbiamo votate, con la solita inerzia, con la solita X.
Abbiamo votato anche quelli che urlano frasi incomprensibili a noi da casa mentre a qualcuno è data la parola. Anche quelli che, mentre si parla di costituzione, unità d’Italia e sacrifici da partigiani d’altri tempi, annuiscono sapendo che il giorno dopo saranno in piazza a bruciare il tricolore.
Si parla di aziende, di conti che forse tornano o forse no, di una realtà che solo noi conosciamo, solo noi che stiamo fuori da quell’arena tutta arazzi e legno pregiato.
E allora, mentre l’oratore di turno fa il suo piccolo spettacolo, non pensiamo più alle tragedie di tutti i giorni, alle tasche vuote, al lavoro che non c’è e se c’è non prevede la comodità di una poltrona rossa. Non pensiamo alle fabbriche che chiudono, non pensiamo agli striscioni dei precari, non pensiamo ai bambini che non riceveranno un’istruzione adeguata né al mutuo da pagare.
Prendiamoci un po’ di libertà per sognare.
Sogniamo di avere una bacchetta magica e di poter svuotare quel Parlamento. Sogniamo poi di poterlo riempire di progetti, di idee, di desideri, di sogni.
I nostri. E sogniamo anche che, al posto di quegli ometti dai capelli bianchi e dalle schiene gobbe, ci sia qualcosa di diverso. Sogniamo che ci sia il futuro là dentro, non il solito passato pieno di polvere e rancori.
Sogniamo di esserci, proprio noi, domani.

martedì 20 luglio 2010

"Montami a costo zero". E invece questa bella idea quanto sarà costata?

Lo slogan “montami a costo zero” non poteva che guadagnarsi del “volgare e sessista” e del “non rispettoso della dignità ed integrità umana”, termini usati dall’Assessorato alla famiglia di Milazzo e sicuramente suggeriti da quelli – e soprattutto quelle – di Donne Libere, il movimento cittadino che si è immediatamente scagliato contro gli autori di questo manifesto, una maxi affissione che avrebbe dovuto promuovere i pannelli solari della Cauldron.



Si potrebbe parlare dell’utilizzo della donna in pubblicità o della sua dignità, o del suo ruolo nella società, ma francamente mi pare di livello troppo alto rispetto a quella che probabilmente voleva essere una battuta.
Peccato fosse di cattivo gusto, ricordasse il peggio dei cinepanettoni e non facesse affatto ridere.
Da notare, in basso a destra, la precisazione “Ehi… parliamo di fotovoltaico”…
Stupidi voi che avevate pensato ad altro. Avete sempre quello in testa, vero? Maniaci!

Senza parole. Dopo l’intervento di esponenti politici e non, i cartelli saranno rimossi nel giro di poche ore. Magra consolazione al dilagare del trash e minuto di silenzio per la morte delle idee (ci risiamo).

Intanto i siciliani si sono scatenati e su Facebook hanno trovato modo di inventarsi una vendetta, il mail bombing, vale a dire tartassare di messaggi le caselle di posta di quelli dell’azienda…

La Sardegna in 3D: bando aperto. Tenere a mente…

L’unico dato di questo post che potrete toccare con mano è la cultura e la bellezza che ci circonda. Per il resto si parlerà di idee in cantiere.
Cari italiani, il patrimonio della nostra terra è lì fuori che ci aspetta e non ha prezzo nemmeno in tempo di crisi, sebbene qualcuno volesse svenderlo al miglior offerente.
Si sa, possiamo percorrere ogni centimetro di mondo, ma l’arte e la storia davanti agli occhi può offrircela solo quel museo a cielo aperto che è l’Italia, con la sua infinità di paesini, angoli sperduti e tradizioni.
Insomma, non c’era certo bisogno che ce lo ricordasse il nostro Silvio nazionale, ecco comunque lo spot del Ministero per i beni culturali che sta circolando in questi giorni e – visto che lui è uno che sta allo scherzo – anche una pronta replica sotto forma di parodia.






Vi chiederete cosa c’entri tutto ciò con il titolo qui sopra, quindi vado al dunque.
Alcuni simboli di quel patrimonio di cui andiamo tanto fieri non sono purtroppo visitabili. Una volta un esperto mi ha svelato una triste realtà: anche i monumenti, come l’uomo che li ha costruiti, hanno un tempo di vita e prima o poi dovremo rassegnarci alla loro perdita. Già, possiamo conservarli, restaurarli, cercare di dar loro una sorta di nuova giovinezza, ma capita anche che questo non sia possibile e che persino la nostra presenza sia dannosa.
Calpestare le rovine di un vecchio edificio etrusco, come possiamo immaginare, non sarebbe certo una grande idea, ma basta l’eterna passeggiata dei turisti a rovinare siti preziosi.
Ecco il motivo della chiusura di alcuni ‘luoghi sacri’ della nostra cultura, siano essi palazzi, città sepolte o nuraghi.

Se però proprio non possiamo fare a meno di riempirci gli occhi di queste bellezze proibite, ci pensa la tecnologia.
E’ questa l’idea alla base di un bando, promosso dalla Regione Sardegna, volto ad assegnare al miglior candidato l’incarico della ricostruzione in 3D del patrimonio culturale dell’isola.

Il progetto “Patrimonio Culturale Sardegna Virtual Archaeology” prevede la creazione di un sistema integrato di siti archeologici ricostruiti attraverso le più recenti tecnologie 3D, che dialogano tra loro attraverso la presenza di rimandi continui. La finalità principale è quella di creare uno strumento di salvaguardia del patrimonio culturale, rendendo fruibili in modo alternativo siti non visitabili nella loro totalità, o perché parzialmente chiusi al pubblico al fine di preservarli dai danni causati dal passaggio continuato dei visitatori o, ancora, perché non messi in sicurezza tanto da poter garantire l’incolumità del fruitore. Non meno importante è il raggiungimento del secondo obiettivo, ossia il potenziamento del patrimonio di conoscenze dei luoghi della cultura della Sardegna, attraverso la creazione di prodotti accattivanti nella grafica, ricchi di informazioni interattive, tanto da divenire uno strumento didattico innovativo.

Importo totale dell’appalto: 3.920.000 euro.
Ecco quanto richiesto alle varie proposte che saranno in gara: Ricostruzioni 3D, Render statici, Visite guidate virtuali, Panorami virtuali, Guide a stampa e digitali, Pen drive USB multimediale, Punti di accesso ai contenuti multimediali.

Detto questo, decidete voi se partecipare, ammirare l’iniziativa, copiarla o seguire il mio consiglio: attaccate un bel post it e ricordatevi di curiosare alla ricerca del vincitore.

Per saperne di più:
http://www.regione.sardegna.it/j/v/28?s=1&v=9&c=88&c1=88&id=20787

lunedì 21 giugno 2010

E se il blogger va in letargo?

Domanda: Cosa si fa quando si abbandona il proprio blog per un po’?
Risposta: Si pensa, si riflette, si cercano nuove strade.

Eppure, nel frattempo, per il mondo del Web si muore. Si muore in quanto scrittori, in quanto blogger. Si viene dimenticati, insomma.
Torno a scrivere pensando alle centinaia di blog abbandonati che ho visto finora.
Pensate stia esagerando? Pensate non siano così tanti?
Allora provate a ricordare quante volte, cercando un’informazione partendo da Google, vi siete imbattuti in un post scritto troppi anni fa perché lo utilizzaste come fonte certa o credibile, posto tra le pagine virtuali di un blog lasciato morire di fame lentamente.

Non ho mai creduto in una potenza vera e propria dei blog. Qualche blog è diventato popolare a livelli impareggiabili (mi viene in mente quello di Beppe Grillo, è scontato), ma la maggior parte dei blog resta un pezzettino minuscolo di un mosaico infinitamente grande.
Un post è come una scritta sul muro di una grande città: se qualcuno passa di lì, leggerà quello che dice, altrimenti niente da fare. E, in ogni caso, anche chi passerà di lì e leggerà, poi dimenticherà.
Pessimismo? Non credo. Aprire un blog significa provare a farsi notare, cercare un pubblico che non si può avere archiviando i propri pensieri in una cartella sul proprio desktop.
Non si scrive mai soltanto per se stessi. Si aspira sempre a farsi leggere e ad uscire leggermente dall’anonimato. Basta una cerchia ristretta di amici per sentirsi gratificati.
Con i blog si risparmia inchiostro, si può correggere più agevolmente, si può cancellare, si può aggiungere, ci si può persino autocommentare.
Finché ci sarà permesso, si potrà anche parlar male di questo o di quel personaggio pubblico, si potrà immaginare di scrivere per un grande quotidiano e sperare persino di essere letti più dei grandi opinionisti che si contendono le ospitate in tv.

Quello che a volte dimentichiamo è che si può anche decidere di restare in silenzio.
Ma la macchina del Web 2.0 questo non lo ammette.
Esserci, esserci, esserci. Questo è l’imperativo.
Se non esisti on-line sei morto.
E infatti, se non si scrive per un po’, si rischia di essere dimenticati.
Ecco la difficoltà di farsi strada con un blog.
Ed ecco perché non m’importa in quanti mi leggono, né sono una maniaca delle statistiche.
Scrivo quando ho voglia, se ho voglia. E se non scrivo qui – sappiatelo – scrivo ugualmente, scrivo per me, scrivo per pochi, scrivo di cose mie, scrivo sui tovaglioli di carta, sulle pagine del squadernino stropicciato che porto sempre in borsa.
I pensieri migliori sono sempre quelli che arrivano quando non si ha sotto mano un computer. Non sono racconti, non sono discorsi compiuti, sono spizzichi. L’importante è fissarli da qualche parte, il loro momento arriverà.

Perché sprecarli? Non ora, non su un post…