giovedì 20 ottobre 2011

Fleurcup: nuove idee per donne moderne

Ogni tanto compaiono su Facebook pubblicità spiazzanti. Non è certo la prima volta, ma questa è degna di nota.

Il prodotto si chiama FleurCup, sul sito che lo presenta (fleurcup.com) dicono sia una “coppetta mestruale”. Senza scendere nei particolari – anche perché si possono persino scaricare le istruzioni – è una specie di scodella a forma di campana che s’inserisce e raccoglie i fluidi scongiurando quindi inutili ed inopportuni spargimenti di sangue…

Sempre secondo le istruzioni, per essere inserita si può piegare in vari modi, potete creare addirittura un simpatico origami.

“Sicura, affidabile, pratica, comoda, economica, ecologica e... sensuale”, dicono. Sensuale?

E tra le FAQ ne spicca una a cui tutte noi donne non vedevamo l’ora di poter dare risposta:

“Come procedere se devo vuotare la coppetta mestruale Fleurcup nei bagni pubblici?”
Risposta: “Basta toglierla, vuotarne il contenuto nel wc, asciugarla con della carta igienica o un fazzoletto e riposizionarla. In questo caso, pulire la coppetta appena possibile. Come numerose donne, potrete anche prevedere una bottiglia d’acqua per sciacquare la coppetta mestruale Fleurcup con la massima discrezione. Ma sappiate che la maggior parte delle donne ha bisogno di vuotarla solo poche volte al giorno e ha quindi raramente bisogno di farlo nei bagni pubblici”.

Quando ho smesso di sgranare gli occhi ho dato un'occhiata alle opinioni (femminili, s'intende) postate in Rete e mi sono resa conto che, in realtà, in molte sono soddisfatte. Fleurcup è anche osannata in alcuni portali eco-maniaci.

Ebbene, no, non la proverò. Semplicemente mi chiedo se sia io a preferire sempre, comunque e dovunque le soluzioni tradizionali o se sia il resto del mondo a farsi trascinare nel baratro di qualsiasi oggetto abbia una qualche parvenza di novità......


Gheddafi è morto. Gheddafi ci mancherà

Alla fine Muammar Gheddafi è stato ucciso. Notizia prevedibile, ma che fa riflettere. Da mesi lo cercavano, intanto sulle sue città cadevano le bombe, intanto i suoi figli perdevano la vita, intanto il popolo perdeva case, familiari, tutto. Ora, forse, inizieranno a respirare in Libia.

Gheddafi la sua resistenza l’ha fatta, non c’è dubbio.

Sarà ricordato dal mondo come un altro dei dittatori finalmente caduti, sarà un’altra vittoria del cosiddetto Occidente democratico e dei suoi paladini, lo stesso Occidente che oggi vede i suoi figli scendere in piazza e manifestare – urlare – per riavere indietro la dignità, sotto forma di lavoro, sicurezze minime, sotto forma di futuro.

Gheddafi sarà ricordato come leader sanguinario, ma in fin dei conti tra lui e i capi politici del “nostro” mondo il rapporto era di amore-odio, non di odio cieco se non di amore spassionato.

Non fa testo l’accoglienza riservatagli da Silvio Berlusconi, nel 2009, quando Gheddafi diete sfoggio all’Italia di tutta la sua apparenza folkloristica. I due si abbracciarono, l’Italia e il mondo rimasero perplessi e oggi si rendono ancora più conto che la guerra, noi italiani, non l’abbiamo vissuta, anche se la Libia era un po’ anche “casa nostra”. Di certo era più casa nostra che dei francesi o degli americani, ma non abbiamo avuto tempo per pensarci abbastanza.

Leggo solo oggi la notizia di un lifting che Gheddafi si sarebbe fatto praticare nel suo bunker per cancellare 25 anni dalla sua faccia. Anestesia locale, i veri leader – o almeno quelli vecchio stampo - non vogliono perdere coscienza nemmeno per sembrare più belli e più freschi.

Fa sorridere anche questo, a distanza di anni dall’intervento, forse perché ai nostri occhi lo fa sembrare come i leader italiani, tutto fumo (plastica) e niente arrosto.

Gheddafi ne ha combinate di tutti i colori, ma rispetto ad un Saddam Hussein, oggi, ci sembra solo colore, piume, amazzoni, gingilli e palazzi dorati. Il suo carisma era pittoresco per noi, non guardavamo il volto del rais come si guarda con terrore il volto di un assassino. Non era come gli altri, era il Male ma meno assoluto.

E anche oggi che conosciamo i crimini da lui ordinati, alla fine, immaginandolo dentro una buca, coperto da una tunica colorata e con indosso i suoi occhiali da sole, che invoca “Non sparate, non sparate!”… bè, anche oggi Gheddafi ci sembra uscito da un cinepanettone, anche oggi ci viene da sorridere.

lunedì 17 ottobre 2011

Quando il black block si sente partigiano

Oggi mi fa molta rabbia leggere su Facebook frasi come “Siamo tutti black block” o “Siamo tutti partigiani”, associate senza pensare che sabato, in piazza a Roma, c’erano centinaia di persone che gridavano con tutte le loro forze e tutto il loro odio che il mondo va cambiato.

Cari partigiani del Terzo Millennio – se così vi piace definirvi – sappiate che non avete ucciso l’orgoglio della politica, né avete scomodato nessuno dalla sua poltrona. Avete danneggiato chi, come voi, è stanco e vuole lottare per cambiare le cose, chi come voi è precario, chi come voi si sente offeso, chi come voi ogni giorno si alza con la consapevolezza che domani potrebbe non avere un lavoro e nemmeno un sogno.

Siete proprio degli str…., più di quelli che volete combattere. Indossate anche le stesse scarpe firmate, tra l’altro. E volete pure voi il posto fisso e la pensione alta a 60 anni.

Se preferite la guerriglia perché allora non la organizzate per conto vostro? Perché non andate a spaccare le vetrine delle banche domani? Non avrete certo paura, voi.

Vogliamo che il Parlamento torni ad essere nostro? Benissimo, ma allora facciamo in modo che si svuoti e si riempia di facce che ci somigliano, non occorre bruciarlo.

Troppo comodo approfittare della brava gente, troppo comodo mescolarsi tra la folla e coprirsi la faccia. Troppo comodo anche entrare in chiesa e distruggere un crocifisso, là dove nessuno avrebbe mai risposto con violenza alla vostra violenza. Se non credete in niente tranne che all’anarchia, così come non volete che nessuno calpesti il vostro campicello, non invadete quello altrui e lasciate che ognuno creda in chi e cosa vuole. A Babbo Natale ci avrete creduto anche voi, no? E guai a chi ve lo toccava.

Ora che avete rubato la scena a chi tentava di far ascoltare ragioni che sono anche le vostre state meglio? Avete conquistato la vittoria?

Complimenti, mentre in tutti gli altri Stati ci si indigna contro i potenti, noi siamo i soli a doverci indignare anche con i nostri simili, quelli un po’ più trogloditi che non capiscono la gravità della situazione e preferiscono fare le primedonne.

martedì 11 ottobre 2011

d'ANNAzione del giorno: Giovanni DD come Umberto B. I nuovi poveri siamo noi

Leggo su Repubblica.it la storia di Giovanni, un operaio che ha dovuto lasciare la sua casa perché senza lavoro e senza soldi. E’ successo a Teramo, dove i dipendenti di un bar si sono accorti che, da tempo, quell’uomo che andava al mattino presto a prendere un cornetto e un caffè, sempre pagando, in realtà dormiva dentro una cabina per le fototessere.

Giovanni pagava sempre, non voleva essere aiutato, andava all’alba ad ordinare la colazione e andava via come chi un lavoro ce l’ha ed è costretto ad alzarsi presto. Non si sa cosa facesse tutto il giorno, probabilmente


Giovanni non ha perso la dignità, al punto che, un bel giorno, i dipendenti del bar – che intanto avevano riconosciuto dalle scarpe in quel nuovo clochard la stessa persona che vedevano ogni mattina al bancone – si sono accorti che i suoi piedi sanguinavano per via della posizione in cui Giovanni doveva rimanere tutte le notti. Seduto, senza la possibilità di sdraiarsi.vagava in attesa che, intorno alle 2, ogni sera il bar chiudesse. Perché Giovanni si vergognava di dormire lì dentro, in quella scatolina troppo calda o troppo fredda, non voleva che si sapesse, sperava di rialzarsi un giorno e, infatti, aveva provato a tappezzare la città di foglietti con scritto che c’era un imbianchino disponibile a ridare decoro alle pareti di qualsiasi casa. E un vecchietto l’aveva anche chiamato, ma quei pochi soldi non potevano certo bastare a lungo.

E’ dovuto intervenire il parroco per far sì che Giovanni si rassegnasse a lasciarsi aiutare.

Una storia strappalacrime, non c’è dubbio, di quelle che molti oggi tendono ad ignorare come se commuoversi davanti a certe vicende sia da deboli quanto commuoversi per un programma televisivo o una fiction.


Mi è venuta in mente la scena di un film che mia madre, più e più volte, mi ricorda come esempio della grandezza dei nostri registri italiani di un tempo. La realtà di oggi non dista granché dalla finzione. E dall’uscita di quel film sono passati quasi 60 anni.